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  Presentazione del Purgatorio  
  Autore: Valeria Cappelli

Presentazione: S. Francesco di Ravenna il 5-9-12

Valeria Capelli

Presentazione del Purgatorio

 

C’è un personaggio, nel Purgatorio, che mi è particolarmente caro: Adriano V, un papa che Dante trova steso a terra, bocconi, nella cornice degli avari. Adriano V evoca, di fronte a Dante e a Virgilio, il momento saliente della sua vita, che si intravvede tutta percorsa dalla cupidigia di beni terreni, dalla brama di potere. Ma raggiunti i più alti fastigi della gloria mondana con l’avvento al Papato, si accorse che questo non gli bastava, che il cuore desiderava di più. E allora si volse a Dio. Così egli racconta: 

 

«La mia conversïone, omè!, fu tarda;
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.

Vidi che lì non s'acquetava il core,
né più salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me s'accese amore

(Purg. XIX, 106-111)

 

è la dimostrazione della verità della celebre frase di sant’Agostino, da Dante richiamata più volte e che riassume il suo viaggio: «Ci hai creati per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non trova pace in Te».

Quello di Dante è un viaggio di ritorno a Colui che lo ha creato infondendo nel suo cuore il desiderio di sé, un desiderio così grande che nulla, se non Dio stesso, può colmare.

Il viaggio in Purgatorio è una tappa di tale viaggio, un viaggio nell’aldilà, che Dante dice di aver fatto veramente.

Come afferma il Singleton, nel viaggio di Dante ci sono due viaggi: uno letterale, storico, che è un viaggio-visione nell’aldilà, avvenuto durante la settimana Santa e la Pasqua del 1300; e uno allegorico, un viaggio dell’intelligenza e del cuore verso Dio (un «itinerarium mentis in Deum»).

Il viaggio si articola in tre tempi, dal punto di vista dell’esperienza di Dante.

Il primo tempo comprende il viaggio all’Inferno e in Purgatorio ed è guidato da Virgilio, l’antico amato poeta che aiuta il discepolo a ritrovare la sua umanità, il suo desiderio profondo, a disporre tutte le forze del suo cuore e della sua intelligenza a ricevere la grazia santificante. è un viaggio ancora nell’ordine della natura, ma in cui Dio è all’opera fin dall’inizio (si ricordi la congiura d’amore in Cielo di Maria, Lucia, Beatrice quando Dante è ancora nella «selva oscura»).

Per capire tutto ciò bisogna ricordare che per Dante la natura è creazione, non è la natura autosufficiente dei tempi moderni, e che la natura umana – come si diceva – è orientata a Dio, che con amore la attira a Sé.

Il secondo tempo del viaggio dantesco è l'esperienza della grazia (il «trasumanar» del Paradiso), che egli non potrebbe fare se non avesse ritrovato, con l'aiuto di Virgilio simbolo dell’umano aperto al Mistero, le esigenze profonde del suo cuore e della sua ragione, se non avesse giudicato il male, il peccato, e non avesse ritrovato la libertà di desiderare il bene. In questa fase la guida è Beatrice, che nell'Eden gli fa fare l'esperienza del perdono e poi lo porta con sé in Paradiso.

Il terzo tempo è la folgorazione finale (nel canto XXXIII del Paradiso). Qui la guida è san Bernardo, che ha ottenuto per Dante tale grazia con la famosa preghiera alla Madonna.

 

Ma veniamo al Purgatorio.

Nell'Inferno Virgilio ha aiutato il discepolo a giudicare il male, il peccato più grave, e in qualche modo a staccarsene. Al centro della terra, nell'esperienza del male più profondo, Dante ha operato la metanoia, capovolgendosi anche fisicamente e iniziando a risalire verso la superficie terrestre per un oscuro cunicolo.

Ed ecco finalmente la luce, una dolce luce d'alba in un cielo azzurro punteggiato ancora dalle ultime stelle della notte. I due pellegrini escono sulla spiaggia del Purgatorio, dove inizierà un nuovo cammino per Dante, un cammino connotato sempre dal giudizio sul peccato, ora però alla luce dell'immensa misericordia di Dio; un cammino teso – come si diceva – a restaurare in lui l'ordine naturale sconvolto dal peccato.

Il soprannaturale qui si fa già continuamente presente al pellegrino: negli angeli che custodiscono ogni cornice, nel loro continuo richiamo a Maria, nelle anime penitenti.

 

Ma come è strutturato il Purgatorio dantesco?

Esso è posto, con felice invenzione poetica, in mezzo all'Oceano australe ed è costituito da una montagna formatasi quando Lucifero fu scagliato giù dal Cielo e rimase conficcato al centro della terra. La terra, venuta a contatto con lui, fuggì inorridita ed emergendo formò la montagna del Purgatorio. Quindi il Purgatorio, come l'Inferno, è nello spazio, ma, a differenza dell'Inferno, è nel tempo.

La montagna è divisa in tre zone: Antipurgatorio, Purgatorio vero e proprio, Eden o paradiso terrestre (il luogo dove vissero i progenitori, Adamo ed Eva, prima del peccato).

Nell'Antipurgatorio ci sono le anime che si sono pentite in fin di vita, che vivono in attesa di salire al Purgatorio per espiare i loro peccati: il tempo dell'attesa è commisurato al loro pentimento tardivo.

Il Purgatorio vero e proprio è ordinato non più secondo l'Etica aristotelica come l'Inferno, ma secondo la teoria platonica e cristiana dell'amore. In base alla natura dell'amore sono raggruppati i sette vizi capitali. Nelle prime tre cornici (dal basso) è punito l'amore volto a "malo obietto" cioè al male altrui: si tratta di superbia, invidia, ira; nella quarta cornice è punito il "lento amore" per il bene, per Dio, cioè l'accidia; nelle tre cornici più alte sono puniti coloro che hanno amato troppo i beni mondani: avari e prodighi, golosi, lussuriosi. La gravità dei peccati è decrescente dal basso all'alto.

Quando i pellegrini entrano in una cornice vedono scolpiti nella roccia o ascoltano esempi della virtù contraria al vizio che lì si punisce: il primo riguarda sempre Maria, a conferma del ruolo centrale  che la Madonna ha in tutto il Poema. Quando Dante e Virgilio escono da una cornice, l'angelo custode della cornice stessa proclama la beatitudine evangelica che si oppone alla colpa ivi punita e cancella una delle P che aveva inciso sulla fronte del pellegrino un angelo ai piedi del monte (anche Dante compie un cammino di purificazione dai suoi peccati, come le anime).

Dopo l'ultima cornice, prima di poter entrare nell'Eden, c'è una barriera di fuoco da attraversare (è il fuoco purificatore). Di lì devono passare le anime quando è finito il tempo dell'espiazione dei loro peccati e si apprestano a salire in Paradiso. Un terremoto annuncia la liberazione di ogni anima.

 

Ma torniamo al viaggio di Dante e al suo incontro con le anime, che egli spesso riconosce perché gli si presentano col corpo. Non è quel corpo che risorgerà alla fine dei tempi, ma un corpo aereo che crea la virtù informativa dell'anima stessa.

Come dicevo, Dante, giunto al fondo dell'Inferno, si capovolge e risale faticosamente verso la luce, tutto ancora pieno di paura per quel luogo tenebroso in cui ha incontrato peccatori la cui vita è stata, volutamente, una smentita alla natura umana così come Dio l'ha creata.

Dunque Dante e Virgilio escono nella spiaggia del Purgatorio. Qui tutto è diverso rispetto all'Inferno: sia il paesaggio che l'atteggiamento delle anime che il pellegrino incontrerà. Queste non sono più disperatamente sole come quelle dell'Inferno, ma sono solidali nel dolore e nella speranza. Esse umilmente procedono insieme, cantano e pregano insieme nel riconoscimento dei loro peccati; fiduciose nella misericordia di Dio, chiedono preghiere a chi è ancora in terra per affrettare la espiazione, per poter raggiungere la patria celeste più rapidamente. Le anime del Purgatorio vivono in sospirosa attesa della patria vera, il Cielo; esse raffigurano, più delle anime dell'Inferno e del Paradiso, la condizione di esule del cristiano che cammina nel tempo; la condizione di Dante, peraltro doppiamente esule: dalla patria celeste e da quella terrena.

Quanto al paesaggio, anche questo - come già accennavo - è totalmente cambiato. Ed è cambiato l'atteggiamento di Dante.

Dopo i surreali paesaggi senza tempo dell'Inferno, si apre ora un paesaggio umano in cui è possibile dimorare: le stelle, una spiaggia vera, un mare vero che tremola in superficie e si perde all'orizzonte, il cielo sconfinato dipinto da tutti i colori delle ore, il sole e il corpo di Dante che non lascia filtrare i raggi del sole e fa ombra, come in questo nostro mondo. Spazio e tempo umani sono qui recuperati e questo recupero è come un primo annuncio di quella riconquista dell'umano che caratterizza il viaggio attraverso il Purgatorio. In una assidua vicenda di giorni e di notti, di albe e di tramonti, nella faticosa ed esaltante salita del monte, Dante, richiamato fin dall'inizio alla vigilanza, all'umiltà, alla pazienza, alla fiducia nella misericordia di Dio, compie, analogamente alle anime, un cammino ascetico, un cammino in cui egli ritrova se stesso, la sua fervida giovinezza ricca di propositi, di intuizioni, di incontri e di esperienze; ritrova e supera anche ciò che fu difettoso, peccaminoso, e tutto convoglia alla salvezza attraverso il sacrificio della penitenza. Dolci colloqui con amici, poeti, artisti, uomini politici (nella seconda cantica la tematica politica si amplia e si approfondisce rispetto alla prima) caratterizzano il Purgatorio da quello con Casella a quelli con Nino Visconti, con Oderisi da Gubbio, con Marco Lombardo, con Forese Donati, con Stazio, con Guinizelli, con Arnaut Daniel. Una tonalità elegiaca, un'aura di dolce malinconia, una liricità trepida avvolgono questi incontri. I toni sentimentali e descrittivi non devono però indurre in errore. In realtà nella cantica dei dolci affetti, dei colloqui familiari, delle confessioni intime, non c'è nessun ripiegamento interiore di tipo petrarchesco, nulla di romantico e di crepuscolare ante litteram: c'è invece il dolore e la speranza di chi, nella contrizione del cuore, ritrova pian  piano se stesso; c'è la mestizia e al tempo stesso la letizia di chi si vede peccatore e attende, con fiducia sempre più certa, il compiersi dell'iniziativa salvifica di Dio. Il dolore è accettato perché è «lo buon dolor ch'a Dio ne rimarita» (XXIII, 81).

Dunque non si tratta appena di stati d'animo, ma di una condizione oggettiva delle anime in cui accade un processo di trasformazione in attesa dell'evento della riconciliazione totale con Dio. Come giustamente rileva il Raimondi nel suo magistrale commento al canto I, il mondo del Purgatorio è «una situazione liturgica» e ciò che ne caratterizza realmente l'atmosfera spirituale è una «dialettica di morte e rinascita, di sterilità e fioritura».

Il perdono finale eleva poi l'uomo a un nuovo livello di vita ed egli diventa degno della gloria del Paradiso.

Questo cammino di purificazione è dovuto alla profonda serietà di Dio con l'uomo: la salvezza non investe il peccatore dal di fuori, ma occorre che egli la faccia sua dal di dentro, che si lasci trasformare nell'essere e nell'esistere: ogni verità non riconosciuta deve essere riconosciuta, ogni giudizio errato deve essere cambiato, ogni dolore rifiutato deve essere sopportato, la mancanza d'amore deve essere colmata e «l'amor torto» deve essere raddrizzato. In tal modo si compie non solo la misericordia di Dio, ma anche la sua giustizia. Attraverso questo misterioso soffrire del cuore che mette la creatura nelle braccia del suo Creatore e Redentore, l'essere si ricostruisce in tutta la sua dignità, anzi in Cristo acquista una dignità ancora più grande di quella originaria.

Ma torniamo a Dante pellegrino.

Negli incontri che egli fa domina dunque il sentimento dell'amicizia, sentimento assente nell'Inferno. Commoventi sono gli incontri di Dante con gli amici spesso lasciati da poco, incontri avvolti da una dolce mestizia. In buona parte gli amici sono poeti, artisti. Ecco, oltre l'amicizia, un altro grande motivo che percorre il Purgatorio: l'esaltazione dell'arte, della poesia; ma anche la riflessione sul vano orgoglio dell'artista (si pensi a Oderisi o a Dante stesso che sente già su di sé il peso del masso che piega Oderisi); e anche la considerazione che la poesia, la musica, l’arte in genere non possono distrarre dall'essenziale, far venir meno la vigilanza (si pensi all'incontro con Casella); infine la riflessione sui limiti di una concezione poetica dell'amore troppo mondana (si pensi all’incontro col lussurioso e pur amato Guido Guinizzelli) o sulla degenerazione della poesia stessa (si pensi all'incontro con Forese Donati e alle tenzoni fra i due) e così via.

In tutti questi incontri è la vicenda personale di Dante che viene in primo piano. Ma nel Purgatorio ci sono pure incontri con personaggi impegnati nella guida della convivenza civile o che comunque suscitano una riflessione su tale tematica: autorità religiose o un poeta come Sordello o una gentildonna come Sapia senese o dei gentiluomini come Guido del Duca e Rinieri de' Calboli. Questa tematica, largamente politica, investe l'Impero, la Chiesa, i regni d'Europa, città e regioni; e il giudizio sul presente corrotto è severo, mentre forte è la nostalgia per il passato, per i suoi valori ormai dimenticati. In questi passi non troviamo più la dolcezza elegiaca che caratterizza la cantica: con forza viene condannata la degenerazione dei poteri che governano la convivenza civile, anche se singoli responsabili si sono pentiti e ora sono in Purgatorio.

 

Oltre il Purgatorio vero e proprio, sulla cima della montagna si trova l'Eden o Paradiso terrestre. Qui giunge Dante, dopo aver attraversato il muro di fiamme con l'aiuto di Virgilio che gli parla di Beatrice. A questo punto Virgilio riconosce che la sua opera è compiuta e lascia il discepolo, che ha ritrovato un uso corretto della ragione, la libertà di desiderare il bene, le esigenze vere della sua umanità. È significativo che il riconoscimento dell'opera compiuta da Virgilio accada nell'Eden, il luogo in cui vissero i progenitori dell'umanità prima del peccato, il luogo in cui la natura ha il suo primitivo splendore, l'intatta bellezza con cui uscì dalle mani di Dio.

Il rilievo che Dante ha dato a Virgilio come guida attraverso due regni dell'aldilà sottolinea in modo particolare l'importanza della ragione nell'esperienza della fede. La fede presuppone un atteggiamento razionale, aderente alla realtà, aperto al suo mistero. Se l'uomo è per natura desiderio, tensione al destino, l'atteggiamento razionale è quello di chi lascia emergere questo orientamento del proprio essere e attende la risposta. Nella fede egli può sperimentare la risposta, come Dante.

 

Ora il pellegrino può incontrare Beatrice con la quale, dopo aver confessato i suoi peccati e avere ottenuto il perdono, salirà in Paradiso facendo l'esperienza della Grazia (è il «trasumanar»). Stupendi sono i versi che evocano l'apparizione di Beatrice «dentro una nuvola di fiori» e fra una moltitudine di angeli festanti. Ella è su un carro accompagnato da una processione allegorica, che simboleggia la Chiesa. La sua apparizione, preceduta dal canto «Benedictus qui venit» (Purg. XXX 19) cioè dalle parole con cui fu salutato Gesù al suo ingresso in Gerusalemme, fa sperimentare di nuovo a Dante la grande potenza dell'antico amore. Ma non c'è tempo per i sentimentalismi: Beatrice inizia subito ad accusarlo per fargli riconoscere e confessare i suoi peccati. È proprio qui, davanti a Beatrice nelle vesti di Cristo giudice, che Dante vede la gravità del suo peccato e chiede perdono. L'uomo non sa neppure vedere in profondità la natura della sua debolezza, del suo smarrimento: solo il sussulto dell'incontro col Bene eterno divenuto presenza storica gli dà la percezione del suo male reale.

Ma quale è stato il peccato di Dante? Più avanti Beatrice lo rimprovererà per aver seguito una scuola filosofica sbagliata, razionalistica; ora gli fa capire che il suo peccato è stato il collocare la speranza nei beni terreni, l'idolatrarli. La prova che si tratta di idoli sta nel fatto che, come i falsi dei biblici, non danno la felicità che promettono, quella felicità a cui il cuore anela. Tuttavia questo peccato è stato solo un esito. L'attaccamento ai beni terreni, vissuti come fine ultimo, è stato come il frutto velenoso di un'altra e ben più grave colpa: la dimenticanza di Beatrice, cioè di quel rapporto privilegiato, umanissimo e affettivamente intenso, che la misericordia divina gli aveva donato per la sua salvezza. Dimenticare Beatrice ha voluto dire per lui dimenticare il legame con Cristo, con la Chiesa, ha significato il venir meno di quell'appartenenza che dà senso e direzione alla vita.

 

Il traviamento intellettuale e morale di Dante non è stato che l'ottenebrarsi della ragione e il pervertirsi della volontà per il vacillare dell'esperienza della fede, della fede come esperienza di vita.

Il peccato nella Commedia è ultimamente dimenticanza di Dio fattosi presenza storica. Poiché Cristo è il salvatore dell'uomo, tale oblio, tanto più grave quanto più si trasforma in connivenza consapevole, comporta lo smarrimento di sé, del proprio io profondo. Il peccato è la caduta dell'originaria tensione al Mistero, caduta che avviene quando – come dicevo – si trascura il legame che esistenzialmente fa appartenere a Dio; allora si comincia a vagare nella «selva oscura» dell'errore.

Così profondo è il pentimento di Dante che egli sviene. Matelda, che simboleggia la natura nella sua originaria purezza, lo immerge nel Lete compiendo la prima parte del rito penitenziale; poi lo offre a quattro fanciulle raffiguranti le quattro virtù cardinali, che lo coprono con le braccia. Con l'immersione nell'Eunoè, che ridà la memoria delle opere buone compiute, il rito ha fine.

Le quattro fanciulle esortano il pellegrino a guardare Beatrice senza porre limiti al guardare stesso (è l'esortazione all'atteggiamento della razionalità, l’esortazione a portare al suo vertice la ragione come apertura al Mistero). Dante fissa Beatrice la quale fissa il grifone, simbolo di Cristo, che si riflette nei suoi occhi con la sua doppia natura.

L'esperienza del divino dunque avviene cattolicamente attraverso il segno. Questa sarà la modalità del nuovo cammino attraverso i cieli fino all'ultima visione.

Dante poi assiste ad una nuova sacra rappresentazione, dopo quella della processione allegorica e dell'avvento di Beatrice, e contempla i mali della Chiesa nel passato (dalle persecuzioni dell'Impero romano alle eresie, alla donazione di Costantino alle divisioni che il demonio ha portato dentro la Chiesa stessa) e nel presente (la sua mondanizzazione, il suo asservimento ai potenti della terra). La degradazione è connessa - come emergerà nel Paradiso, in particolare nel canto XXVII - con la confusione dei poteri alimentata da papi avidi di beni terreni. Tale situazione, gravissima, richiede un rapido intervento di Dio, richiede che Dio mandi un riformatore della Chiesa e della società tutta. Ecco allora la profezia del «cinquecento diece e cinque», anticipata da quella del «veltro» all'inizio del Poema (Inf. I, 101).

Beatrice, con l'aspetto della «sponsa Christi», ripete le parole di Gesù Cristo che predicono la sua morte e la sua resurrezione; ma nel profondo suo dolore è presente la speranza certa della «renovatio» futura, l'ansia di quella radicale riforma che era propria, in quel tempo, soprattutto del francescanesimo pauperistico.

 

Dunque nell'Eden Dante deve rendersi conto non solo dei suoi personali peccati ma anche dei mali della Chiesa, del traviamento delle massime potestà; per questo gli viene fatta vedere la sacra rappresentazione del carro, per questo Beatrice pronuncia le sue condanne e le sue profezie. Alla fine egli stesso viene investito da Beatrice del compito di poeta-profeta, e reso capace di collaborare alla necessaria riforma della Chiesa e di conseguenza della società, secondo l'aspirazione profondissima del suo cuore di uomo e di cristiano.

 

 

 

 

 

 

 





 
     
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