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  Annuale morte di Dante  
  Autore: Card. Giovanni Battista Re

Presentazione: Omelia

Ravenna Dante

Card. Giovanbattista RE

 

12 settembre 2010

Come ogni anno, Ravenna ricorda Dante Alighieri nell'anniversario della sua morte, avvenuta in questa terra che lo accolse profugo ed esiliato e che si onora di custodire le sue spoglie mortali.

 

Dante è uno degli uomini che ha vissuto col massimo impegno la vita civile, sociale e politica del suo tempo, immergendosi nella situazione e nella storia della sua amata Firenze e dell'Italia, e lottando negli anni dell'esilio per poter tornare in patria, ma senza conseguirlo.

 

Da sommo poeta cantò le realtà più sublimi della vita, i più alti pensieri umani ed i misteri di Dio. Con la potenza del suo genio e con la forza che gli veniva dall'ispirazione della fede cristiana affrontò le questioni del suo tempo, ma che interessano anche ogni epoca: il senso della vita, della natura e della storia; la presenza del male, dell'ingiustizia e del dolore nell'esperienza quotidiana; i rapporti con la propria coscienza, con Dio e con gli altri; il nostro destino trascendente.

 

Da intellettuale di grande statura avvertì il dovere di rivolgere ai suoi conterranei un messaggio di sprone a superare i mali del suo tempo connotato da divisioni e contrasti, da corruzione e illegalità, da sovvertimento degli ideali politici e dei valori religiosi. Egli si sentì quasi investito da Dio della missione di sanare e migliorare la società, di indicare la via della rigenerazione e del ritorno agli ideali del cristianesimo, cambiando il corso della storia.

 

Ovviamente egli sperava anche di riuscire a illuminare le menti e toccare i cuori al fine di ottenere di poter ritornare a Firenze, ma non vi riuscì e così il suo tramonto ha avuto luogo qui a Ravenna.

 

Egli fu un grande genio del linguaggio, caratterizzato da una capacità espressiva prodigiosa e da una creatività poetica altissima, ammirevole per la grandezza dei temi trattati e per la profonda ispirazione, come pure meravigliosa per il vigore congiunto ad una fine eleganza.

 

In pari tempo Dante fu un cantore del cristianesimo. Con straordinaria intelligenza teologica, infatti, seppe addentrarsi senza smarrirsi nelle problematiche più alte e più sottili delle verità rivelate, traducendo in poesia la teologia e, di conseguenza, facendo gustare i misteri cristiani.

Nel cuore della Divina Commedia vi è una grande realtà di fede, ma anche nelle altre opere dantesche vi è un'appassionata testimonianza religiosa, di amore a Dio e alla Chiesa cattolica. Sì, Dante amò anche la Chiesa. E’ vero che riprese con asprezza le istituzioni ecclesiastiche e che non risparmiò critiche ad alcuni Papi, sostenuto dalla convinzione che anch'essi erano membri della medesima famiglia umana e, pertanto, tutti tenuti ad attenersi integralmente alla legge evangelica, quale che fosse la loro dignità sociale e la loro autorevolezza. Della Chiesa tuttavia parlò costantemente con "intelletto d'amore" e con rispetto per le "somme chiavi", riconoscendo e venerando nel Romano Pontefice il Vicario di Cristo in terra. La sua ferma fede cattolica e l'attenzione verso la Santa Chiesa Cattolica non fu mai scossa.

 

Come scrisse il Papa Paolo VI, i temi della poesia di Dante sono "testimonianze e moniti perché si ascenda a Dio. La natura e l'ordine soprannaturale, la verità e gli errori, il peccato e la grazia, il bene e il male, le opere degli uomini e gli effetti che ne conseguono, tutti sono considerati, giudicati, valutati al cospetto di Dio e mostrano il loro vero valore nella prospettiva dell'eternità" (Lettera Apostolica "Altissimi cantus", 7 dicembre 1965).

 

Il desiderio di vedere Dio è il tema che muove tutta la Divina Commedia, quale vertice delle aspirazioni umane, e l'intero poema canta “la gloria di Colui che tutto move” (Purg. I,1)

Per Dante, Dio - purissimo e perfettissimo spirito - è infinito amore: è "l'Amore che move il sol e l'altre stelle" (Par XXIII, 145); Dio è "la luce etterna" (Par XI, 20) e il "sommo bene" (Par III, 90). Dio è il creatore di tutte le cose, visibili e invisibili; è "colui che tutto vede" (Par XXI, 50) e "a cui tutti li tempi sono presenti" (Par XVII, 18).

 

Tra le qualità di Dio, Dante mette in rilievo la grandezza della disponibilità al perdono e alla misericordia. Dio per Dante è colui che "volentier perdona" (Purg III, 120).

 

Io vorrei soffermarmi proprio su questo concetto, atteso che la pagina evangelica di questa domenica, che è stata or ora letta, parla proprio di questa medesima caratteristica impressionante di Dio: la misericordia.

 

Le tre parabole ci parlano della gioia di Dio Padre ogni volta che un peccatore ritorna alla casa paterna. La parabola del "figliol prodigo", che è fra le più belle e più note del Vangelo, è la storia di ogni persona che si è allontanata da Dio e, dopo aver fatto l'esperienza del peccato, rientra in se stessa e decide di ritornare a Dio.

 

Il vero protagonista della parabola è il padre che aspetta, che con le braccia allargate va incontro al figlio, lo perdona e gioisce per il suo ritorno.

        Ugualmente il pastore che lascia le 99 pecorelle per andare a cercare quella smarrita e incagliata nelle spine, come pure la sproporzionata gioia per il ritrovamento di una semplice dramma (piccola moneta d'oro), ci danno l'immagine di un Dio che ha una logica diversa da quella umana: è la logica dell'amore che giunge fino al perdono. L'amore infatti non calcola, non misura, non alza mai barriere, è sempre disposto a perdonare, dimenticando le offese.

        Il Dio cristiano è un Dio che ci ama e ci cerca e che ci perdona perché ci ama. L'amore di Dio trova la sua espressione più alta e la gioia più grande quando l'uomo, peccatore, ritorna a lui con cuore pentito.

 

        Dante, che conosceva bene l'insegnamento del Vangelo, sapeva che al cristiano, per quanto male abbia fatto, l'accesso a Dio non è mai negato, purché ci si penta del male compiuto. Nella sua misericordia, Dio a tutti viene incontro, così che coloro che a lui si rivolgono con animo pentito anche solo nell'ultimo istante della vita terrena, lo possano trovare.

 

        Per questo Dante colloca nel Purgatorio il Manfredi, Re dell'Italia Meridionale e della Sicilia, morto scomunicato. Questo giovane re, "bello e di gentile aspetto", era morto sul campo di battaglia a Benevento combattendo contro le truppe del Papa Clemente IV e in appoggio alle città ghibelline. A Dante, sorpreso di trovarlo nel purgatorio, dove le anime si purgano e -si fanno belle per essere degne di salire al cielo, Manfredi spiega che quando fu colpito mortalmente si pentì e invocò la misericordia divina: "io mi rendei, piangendo, a quei che volentier perdona". Ed aggiunge: "Orribil furon li peccati miei ma la bontà infinita ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei".

 

        Con un atto di sincero pentimento in punto di morte, il Re Manfredi, scomunicato dal Papa, si è rifugiato sotto le grandi ali del perdono di Dio, Padre misericordioso.

 

        Fra le rime in cui Dante parla della dolcezza e della grandezza del perdono ottenuto dalla misericordia di Dio col pentimento dei peccati, vorrei citare anche l'episodio di Bonconte, figlio di Guido di Montefeltro, ucciso nella battaglia di Campaldino nel 1289, alla quale anche Dante partecipò. "Forato nella gola", Bonconte perdette "la vista e la parola", ma in quel momento estremo congiunse le mani in forma di croce e "nel nome di Maria" sulle labbra, spirò.

 

Il demonio scatena una tempesta e protesta perché quell'anima che egli era pronto a prendere per l'inferno, "per una lagrimetta" gli viene strappata e portata in purgatorio dall'angelo del Signore. E grida:

 

"O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l'etterno

per una lagrimetta che 'l mi toglie" (Purg V, 105-107).

         Circa l'infinita misericordia di Dio, stupendi sono i versi che, nella nona cantica del Purgatorio, accennano all'autorità divina di cui è investito il sacerdote confessore quando assolve nel sacramento della penitenza. Come ministro del perdono di Dio, il confessore deve avere una generosità più ampia nell'aprire che nel chiudere la porta del perdono ai peccatori, purché questi siano sinceramente pentiti. E precisa: "(...) dissemi ch'io erri anzi ad aprir ch'a tenerla serrata" (Purg IX, 127-128).

Per un prete, nella confessione, è meglio sbagliarsi nell'essere largo a concedere l'assoluzione che a negarla.

        L'insegnamento evangelico per cui non bisogna mai disperare della misericordia di Dio e la grandezza della disponibilità di Dio a perdonare facevano parte delle convinzioni profonde di Dante, che sui gradini del Purgatorio non disdegna di porsi in ginocchio e di battersi il petto per tre volte chiedendo a Dio misericordia e perdono. Per lui Dio è colui che "volentier perdona".

Fédor Dostoewskij, sei secoli dopo, gli farà eco dicendo che "il perdonare è il mestiere di Dio".

 

Dio, a motivo del suo grande amore, viene incontro a noi uomini e che siamo deboli e fragili e offre sempre in ogni situazione in cui possiamo cadere, una nuova chance, la possibilità di un nuovo inizio. Dio manifesta la sua onnipotenza soprattutto perdonando.

 

Anche le parole del Vangelo della Messa di questa domenica, in cui ricordiamo il transito di Dante, qui vicino al suo monumento sepolcrale, ci dicono che è soprattutto nel perdono che Dio rivela quanto grande sia il suo amore.

        Il perdonare è la caratteristica più impressionante di Dio e l'attributo che meglio manifesta che Dio è più grande del nostro cuore e che il suo amore è più forte del peccato e della morte.

 

        A Dante, che ha saputo guardare allo scorrere della vita con occhio aperto ai valori eterni, orientandosi in base ad essi, e che ha sofferto umiliazioni e esilio, Dio non avrà fatto mancare il suo perdono e il premio dei giusti.

        Amiamo pensare, pertanto, che ora egli contempli felice quel "Amor che move il sol e l'altre stelle", che egli ha esaltato con la sua arte poetica.

 

Card. Giovanni Battista RE



Dcoumenti allegati

Dante_2010_Card_RE_omelia.doc


 
     
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