Inferno – Purgatorio – Paradiso

“ DANTE: VIAGGIO NELLA DIVINA COMMEDIA”

Inferno – Purgatorio – Paradiso

“E COME A BUON CANTOR BUON CITARISTA
FA SEGUITAR LO GUIZZO DELLA CORDA,
IN CHE PIU’ DI PIACER LO CANTO ACQUISTA”
(Paradiso, XX, 142-144)

Programma

Il programma prevede l’esecuzione di brani tratti da alcuni dei manoscritti medioevali più importanti: Cantigas de Santa Maria (brani scritti in gallego-portoghese raccolti da Alfonso X el Sabio, re di Castiglia, relativi ai miracoli compiuti dalla Vergine, alcuni di questi venivano narrati duranti i viaggi compiuti dai pellegrini sulla via verso Santiago de Compostela), Livre de Vermeil (chiamato così a seguito della sua copertina rossa, contiene canti e danze del XIV secolo eseguite presso il monastero di Montserrat), Laudario di Cortona, dalle ballate di corte cantate nel Medioevo.


LA COMMEDIA: “INFERNO”

Tutti i canti della “Commedia” si prestano ad una lettura pubblica e tutti possono essere accompagnati dalla musica: non era infatti estranea alla sensibilità di Dante, e più volte nel suo poema dà prova di conoscerla ed apprezzarla, così come mostra di amare i ,musicisti. Quale incontro è più commovente e gioioso se non quello con il musico Casella nel secondo canto del Purgatorio? “amor che nella mente mi ragiona/ cominciò elli allor si dolcemente,/ che la dolcezza ancor dentro mi sona” (vv.112-114). Alcuni canti che più di altri offrono dialoghi, colpi di scena, descrizioni efficaci oppure tratteggiano figure imponenti ed indimenticabili, possono essere definiti più “teatrali” e quindi più idonei ad una lettura di fronte ad un pubblico. Toglieremmo valore alla “commedia” se volessimo stabilire una graduatoria tra canti, spezzando l’unità stilistica e l’impianto narrativo del poema, è però possibile individuarne alcuni che presentano affinità tematiche o che toccano particolari corde della nostra sensibilità.
Vogliamo così motivare la nostra scelta caduta sul V, XXVI, XXXIII dell’ ”Inferno”. Ci è parso che nei canti di Paolo e Francesca, Ulisse, Ugolino, fosse presente un tema universale, attuale e vicino ai sentimenti di tutti gli uomini: l’amore che lega indissolubilmente due amanti, un discusso uomo politico ai propri discendenti, un padre ai propri figli…… tutti accomunati dal dramma vissuto nella loro vita, tutti travolti dalle passioni e dagli errori che li hanno trascinati nella dannazione infernale, tutti costretti a ricordare i torti e le violenze fatti e subiti, che emozionano il pellegrino Dante e sconvolgono e commuovono il lettore del poema..
Scopriremo nel V canto la pena dei lussuriosi, travolti da “la bufera infernal, che mai non resta”, (v.31) e tra questi il dramma di Francesca da Rimini e del suo amante Paolo Malatesta che, per non aver saputo o voluto resistere alla forza dell’amore, hanno pagato con la vita loro strappata con brutalità, ed ora cercano disperatamente la pace.
Nel XXVI appare la figura Ulisse e del suo mitico viaggio, così come il sommo poeta si immagina.
Infine nel XXXIII assisteremo con raccapriccio all’accanirsi di un dannato, immerso nel ghiaccio, su di un altro, cui rode la nuca quasi con voluttà, “la bocca sollevò dal fiero pasto” (v. 1) E’ il conte Ugolino della Gherardesca, che mentre sconta l’eterna pena dei traditori, divora il cranio del suo nemico, l’arcivescovo Ruggieri. Ma cosa colpirà di più gli spettatori di tale mostruoso banchetto? Il racconto del conte, che narra quale fu la condanna inflittagli: la morte per fame, serrato in una torre, non da solo, ma coi due figli e due nipoti. Qui sta il dramma che spingerà Dante a lanciare la più veemente delle invettive: ancora una volta un padre si dispera perché vede morire degli innocenti per una colpa da lui commessa. A tanto può giungere la ferocia umana…
Ma non disperiamoci: siamo giunti al fondo dell’Inferno, dove massima è l’abiezione e più lontano è il bene. Il pellegrino Dante non ha terminato il suo viaggio: lo accompagneremo nel Purgatorio, dove verrà mondato dai peccati, e poi in Paradiso, dove l’attende la beatitudine.
“E QUINDI USCIMMO A RIVEDER LE STELLE” (XXXIV), V.139).









LA COMMEDIA: “PURGATORIO”

All’alba del 10 aprile dell’anno giubilare 1300, domenica di Pasqua, ha inizio l’ascesa del Sacro Monte del Purgatorio: nel giorno della Resurrezione principia dunque per Dante quel viaggio di purificazione che lo libererà da ogni peccato, permettendogli di salire alle Sfere Celesti.
L’Inferno era caratterizzato dall’assenza della luce, avvolto in una caligine greve e soffocante, il monte del Purgatorio è illuminato dalla luce del Sole, avvolto da un’atmosfera limpida e tersa, su di lui brillano le stelle e tutti gli astri. Il V canto, con cui inizia il nuovo appuntamento con la Commedia, trova Dante e Virgilio nell’Antipurgatorio, nel 2° balzo, dove le anime dei peccatori, pentitisi all’estremo della loro vita, debbono rimanere in attesa prima di entrare nella cornice dove dovranno espiare la loro colpa.
L’atmosfera di questo canto è ancora caratterizzata da tinte forti e aspre che ricordano quelle dell’Inferno: i personaggi incontrati, Iacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro, Pia dei Tolomei, sono tutti morti in modo violento o assassinati o in battaglia.
Straordinario e travolgente il racconto di Buonconte. Ferito a morte nella battaglia di Campaldino del 1289 (cui partecipò anche Dante), fece in tempo ad invocare il nome della Vergine prima di morire, ed un angelo di Dio potè così sottrarre l’anima al demonio che già pensava di aver guadagnato un nuovo ospite per l’Inferno. Il diavolo, livido di rabbia, si vendicò sul corpo di Buonconte, scatenando un furioso temporale, facendo scempio del cadavere e sottraendolo ad una pietosa sepoltura.

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto, e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
ch’i’ fe’ di me quando’l dolor mi vinse,
V/124-127

Lo scenario dell’XI canto non ha più nulla da condividere con quelli infernali: siamo nella prima cornice ed il peccato che qui si sconta è quello della superbia. Le anime camminano lentamente, piegate dall’enorme peso dei macigni che gravano sulla loro cervice….ma non si lagnano né imprecano. Procedono invece recitando una sublime parafrasi del Pater Noster: il canto è quindi occupato nei suoi primi 24 versi da questa preghiera!
Dante riceverà, dalle parole di Oderisi da Gubbio, superbo miniatore e grande artista, una lezione di modestia ed umiltà rivolta a tutti gli uomini, ma in particolare a coloro che sono convinti di eccellere a tal punto da non poter essere superati da nessuno:

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grIdo,
sì che la fama di di colui è scura.
Così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua, e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
XI/94-99
E quel che “forse è nato” è certamente Dante: riflettano dunque gli uomini!
Sulla vetta del monte del Purgatorio sorge il Paradiso terrestre: in questo luogo originariamente creato da Dio come sede privilegiata degli uomini, entra Dante, ormai mondato da tutti i peccati. Gli ultimi canti della seconda cantica sono tutti ambientati quassù, perché qui avvengono alcuni eventi fondamentali che consentiranno al poeta di salire alle Sfere Celesti: dovrà raggiungere l’oblio dal peccato e dal male, dovrà purificarsi, dovrà cambiare guida.
Virgilio (la Ragione) deve cedere il proprio ruolo a Beatrice (la Teologia, la Verità rivelata).
Il nucleo fondamentale del canto XXX è dunque costituito dall’apparizione di Beatrice, presentata in una cornice di vera esaltazione mistica che riassume in sé, nei colori delle vesti, le tre Virtù teologali: il bianco della Fede, il verde della Speranza, il rosso della Carità.

sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
XXX/ 31-33

Beatrice non è tenera nei confronti di Dante, lo rimprovera, gli ricorda i torti e gli errori da lui commessi quando, pur conoscendo la via della virtù, preferì, dopo la sua prematura morte, abbandonarsi ai falsi allettamenti del piacere terreno, costringendola ad intervenire per salvarlo. La purificazione di Dante e l’arrivo di Beatrice ci preparano al prossimo ed ultimo viaggio verso il Paradiso.





LA COMMEDIA: “PARADISO”

Terminata l’ascesa del monte del Purgatorio ed attraversato il Paradiso Terrestre, Dante, guidato da Beatrice, è
“puro e disposto a salire a le stelle”
(Purg, XXXIII, 145)
e noi lo seguiremo in quest’ultima ascesa, di Cielo in Cielo, di Beatitudine in Beatitudine…..
“chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è Paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove”
(Par, III, 88-90)
fino all’Empireo ed all’indescrivibile visione di Dio:
“a l’alta fantasia qui mancò possa,”
(Par, XXXIII, 142)
Tutta la cantica è pervasa dalla luce, infatti il poeta, dovendo rendere accessibile il divino, e dovendo dare un’immagine della Beatitudine, la scelse come mezzo quasi unico di rappresentazione. Il Paradiso è il trionfo della luce.
Il TERZO canto è ambientato nel primo Cielo della Luna, e qui avviene il primo incontro tra Dante ed i beati: le anime che lo popolano sono quelle di coloro che in vita mancarono ai voti, le uniche che ancora mostrano parvenze umane. Appaiono diafane ed evanescenti, come immagini riflesse da vetri trasparenti e tersi. Tutto il canto è pervaso da una profondissima dolcezza, che si identifica nella figura femminile che lo domina: lo spirito di Piccarda Donati che, monaca di Santa Chiara, fu strappata dal convento dal fratello Corso che la costrinse al matrimonio per interessi politici. Naturalmente non c’è nelle sue parole alcun rancore verso quegli uomini che le usarono violenza, ma un tacito compianto per loro. Le sue parole, e la sua indole riservata e gentile, ricreano quell’atmosfera percepibile in alcuni passi del Purgatorio, in cui le anime penitenti tornano con la memoria al mondo che lasciarono, ascoltando Piccarda si ricorda la dolce immagine femminile di Pia De’ Tolomei nel V canto del Purgatorio.
“uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.”
(Par, III, 103-105)
Il DICIASSETTESIMO canto, coi due che lo precedono e quello che lo segue, è dominato dalla figura di Cacciaguida, trisavolo di Dante, ed in questo più che negli altri troviamo copiose le note biografiche del poeta, che rivela qui la grande forza della sua volontà e fermezza nella lotta per raggiungere più alti ideali. Siamo nel quinto Cielo di Marte, popolato dagli spiriti militanti per la Fede, e la sua centralità nella terza cantica ed in tutta la Commedia è evidente, infatti vi viene sottolineato il destino di salvezza di Dante. L’incontro con Cacciaguida è dominato dal suo carattere profetico, dove tutte le profezie spesso oscure o molto vaghe che il Pellegrino dell’Aldilà ha ascoltato ed a lui indirizzate trovano un chiarimento definitivo.
“tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”
(Par, XVII, 58-60)
Al dubbio che assale Dante, se egli, rivelando ciò che ha visto e udito nell’oltre tomba, si alienerà l’amicizia e l’ospitalità dei signori che gli danno rifugio, e sulla necessità comunque di dire il vero, Cacciaguida risponderà esortandolo a dire tutta la verità, perché le sue parole suoneranno amare soltanto a chi ha la coscienza macchiata. Questo canto ci dona una delle più alte lezioni morali della Commedia, indicando a tutti, ed in modo definitivo, quale sia la via che un intellettuale deve percorrere.
“chè se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.”
(Par,XVII, 130-132)
Siamo giunti alla fine del viaggio e del poema sacro, gli ultimi canti come questo TRENTATREESIMO hanno come scenario l’Empireo, lo spazio infinito ed immobile, la vera sede di Dio. Nel XXXI anche Beatrice, la guida che ha accompagnato Dante dopo Virgilio, aveva lasciato il poeta per tornare nella Candida Rosa donde era venuta per salvarlo, ed il Pellegrino sarà accompagnato negli ultimi momenti, i più alti e spirituali, dall’ultima guida, San Bernardo, simbolo della contemplazione, monaco asceta e devotissimo alla Vergine, attraverso la quale l’uomo può giungere alla visione di Dio. Il canto si apre con la preghiera che il mistico frate eleva alla Madonna, l’invocazione più alta di tutto il poema…
“Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,”
(Par,XXXIII,1-3)






Conclusa la santa orazione nella quale verità teologiche e reminiscenze delle Sacre Scritture si fondono e si sciolgono in una poesia commossa e sublime, umana e divina nello stesso tempo, la Vergine dimostra d’aver gradito le sante parole e si rivolge a Dio per ottenere la grazia richiesta. Dante vedrà ciò che è al di sopra di ogni concetto umano e dunque non potrà descriverlo con parole adeguate….


“da quinci innanzi il mio veder fu maggio
che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.”
(Par,XXXIII,55-57)
Le visioni si ripetono e per brevi attimi Dante penetra i misteri che l’uomo non può comprendere: sostanze ed accidenti fusi insieme, la forma prima del vincolo d’Amore, la Trinità, infine un fulgore nel quale la verità gli viene rivelata….
A questo punto la sua mente, sublimata, non può percepire oltre, ma la sua volontà è ormai conforme al suo volere…..
“a l’alta fantasia qui mancò possa,
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
si come rota ch’igualmente è mossa,
l’amor che move il sole e l’altre stelle.”
(Par,XXXIII,142-145)




Parti recitate da COSTANZA DAFFARA e PATRIZIO ROSSI

Musicisti MARA COLOMBO viella , canto, percussioni
MARIA CHIARA DEMAGISTRI flauti, gaita, bombarda
TIZIANO NIZZIA organo, symphonia, percussioni–
PAOLO LOVA liuti, lavta, guitarra saracena




Per informazioni:

LOVA PAOLO via Perra 15 – 10010 Cascinette d’Ivrea
Lovapao(at)libero.it
Cell.3491842264 fisso 0125615631

Allegati