Lettura di P. Alberto Casalboni

Canto XIX

VIII Cerchio terza bolgia, i simoniaci, Papa Niccolò III. Connessione con il terna politico.
“O Simon mago, o miseri seguaci/ che le cose di Dio, che di bontate/deon essere spose, e voi rapaci/ per oro e per argento avolterate”: anche per voi è giunto il giorno del giudizio!
La simonia è il peccato che consiste nel fare commercio delle cose sacre, il nome deriva da Simone, un mago di Samaria che cercò di comperare dagli Apostoli Pietro e Giovanni il potere di comunicare lo Spirito Santo mediante l’imposizione delle mani, come si legge negli Atti degli Apostoli. Il connubio sacro/profano per Dante ha il connotato dell’adulterio, della sacrilega falsificazione “avolterate”, termine che, per lo stesso motivo e con maggior forza, riprenderà in Pd IX, 142 “adultèro”. Indubbiamente questo è peccato delle persone a Dio consacrate, che dovrebbero maneggiare con devozione il sacro.
“O somma sapienza, quanta è l’arte/ che mostri in cielo, in terra e nel mal inondo,/e quanto giusto tua virtù comparte!” esclama Dante, a significare la giusta punizione per un tale peccato. “Io vidi per le coste e per lo fondo/piena la pietra livida di fóri” a dirci la moltitudine dei trafficanti in cose sacre, tutti immersi in tombe, fóri, né più stretti né più larghi di quelli nel Battistero di Firenze, “nel »zio bel San Giovanni”. Al di là del personale e nostalgico riferimento, vale la pena di notare come l’accostamento peccato/luogo di pena dica riferimento a ciò che è sacro. Indubbiamente questi tombini dovevano essere abbastanza stretti, solo un dannato infatti può mostrarsi all’esterno, e non con il busto, come avveniva per gli eretici, ma “Fuor de la bocca ciascun soperchiava/d’un peccator li piedi e de le gambe/ infino al grosso, e l’altro dentro stava”: lo spettacolo delle piroette di queste gambe nude “accese intrambe” le cui giunte, articolazioni, “guizzavan” in modo tale “che spezzate averien ritorte e strambe”, attira l’attenzione di Dante. Non possiamo passare sotto silenzio il capovolgimento della persona, più volte rimarcato, indice del rovesciamento dei valori, ossia l’attaccamento ai beni terreni “per oro e per argento” in ordine ai quali quelli celesti si fanno strumento.
Dopo un breve dialogo fra Dante e Virgilio sull’opportunità di interrogare uno “che si cruccia/ guizzando più che li altri suoi consorti… e cui più roggia fiamma succia”, il Maestro si carica sulle spalle il discepolo e scendono nella bolgia sopra “quel che sì piangea con la zanca”, così, tanto per proseguire con questa.irmnagine del rovesciamento, e ancora: “O qual che tu se ‘ che ‘I di sù tien di sotto,/ anima trista”, “se puoi, fa motto”, dice Dante, dopo essersi abbassato fino a terra per cercare di udire l’eventuale risposta dalla cavità. La risposta è proprio inattesa e Dante rimane stupefatto: “Se’ tu già costì ritto,/ se’ tu già costì ritto, Bonifazio?”.
Lo stratagemma funziona: Dante viene a sapere che il dannato è un papa che sta aspettando uno che lo rilevi, Bonifacio VIII, che è ancora in vita, non solo, ma anche la colpa di cui questi si è macchiato “Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio/per lo qual non temesti tòrre a `nganno/la bella donna, e poi di farne strazio?”, fuor di metafora, ti sei già così presto saziato di quei beni per i quali non hai esitato a prendere con l’inganno la sposa.di Cristo, la Chiesa, e diventare papa?
E qui, anche ricollegandoci al Canto VI, non siamo solo nel campo dell’avidità di denaro, come magari nel canto VII, degli avari e dei prodighi, ma in quello più ampio della politica, di “quell’aver”, del potere, che è bene molto più coinvolgente della semplice ricchezza, come lo stesso Bonifacio dimostra con la sua Bolla “Unam sanctam”.
Attonito, Dante guarda Virgilio che alla reduplicata domanda suggerisce la reduplicata risposta: “Non son colui, non son colui che credi”. Niccolò III aveva sperato che “lo scritto” gli avesse mentito, a torto, anche perché i dannati conoscono il futuro, e allora “tutti storse i piedi”, nondimeno si presenta come un papa `fui vestito del gran manto ” della famiglia Orsini “cupido sì per avanzar li orsatti,/ che sù l’avere e qui me misi in borsa”, con ardita immagine della borsa/tomba.
Quello che più impressiona non è tanto quel pozzo riservato ai papi “che precedetter me simoneggiando”, quanto il fatto che a rilevare Bonifacio VIII sarà uno ancor peggiore di lui, “ché dopo lui verrà di più laida opra,/ un pastor sana legge,/… Nuovo Iasòn sarà… e come a quel fu molle/ suo re, così fia lui chi Francia regge”. In buona sostanza, Clemente V, pessimo pastore. Si legge nei
Maccabei che Giasone, fratello del sommo sacerdote Onia III, comperò a suon di denaro dal re di Siria, la carica sacerdotale già del fratello, bene, dice Niccolò, la compiacenza di questo re, Antioco IV Epifane, è nulla a confronto del cedimento del re di Francia. Filippo il Bello, infatti, in cambio di tutte le decime del regno di Francia per un quinquennio, appoggiò la candidatura al pontificato di Bertrand de Got, Clemente V.
Di fronte a questo mercanteggio di beni e di cariche lo zelo di Dante non regge, esplode in un’invettiva che chiama in causa il fondamento di tutta la sua missione: “Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle”, rinfacciando a tutti questi papi le loro tresche politiche, mettendole a confronto con la semplicità e il distacco dei primi apostoli e papi, segnatamente S. Pietro e Mattia, scelto a sostituire Giuda. Per la condanna si rifà all’Apocalisse, laddove la Curia romana viene identificata con “colei che siede sopra l ‘acque/ puttaneggiar coi regi”, con i potenti, sì che “la vostra avarizia il mondo attrista,/ calcando i buoni e sollevando ipravi”. E così “Fatto v’avete dio d’oro e d’argento”: ormai quale differenza vi è più fra voi e i pagani? Anzi, se quelli adorano un dio, voi ne pregate cento, mille, insomma tanti quanti sono quelli che sono depositari di denaro e di potere.
Ecco dunque collegata la simonia all’idolatria “Fatto v’avete dio d’oro e d’argento,/e che altro è da voi a l’idolatre,/se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?”. Indubbiamente Dante aveva in mente il vitello d’oro di biblica memoria, narrato al cap. 32 dell’Esodo: “Su facci un dio che cammini innanzi a noi” aveva chiesto il popolo ad Aronne, durante l’assenza di Mosè, in questo, gli israeliti non si comportarono in modo diverso dai pagani.
Pertanto, benché sotto profili diversi, vengono accomunati cristiani, israeliti e pagani.

Ma come e perché è potuto’ accadere tutto questo? Tutta colpa della commistione del potere spirituale con quello temporale, politico, dal momento in cui la storia ha cominciato a girare in questo senso: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,/non la tua conversion, ma quella dote/che da te prese il primo ricco patre!”: dalla famosa e sciagurata Donazione di Costantino a papa Silvestro. Dire di questa e delle conseguenze sarebbe troppo lungo, a chi vorrà rimando alle fotocopie “Il pensiero politico, pervasivo nella Divina Commedia”, distribuito all’inizio di questo corso di lettura. Un’ultima considerazione.
Si è altrove già detto della pretesa di Dante, un laico, di voler giudicare in un campo che a lui dovrebbe essere poco più che estraneo. Qui è solo il caso di notare che il Poeta condanna la maniera di gestire un ruolo, la cui funzione è sacrosanta: “E se non fosse ch’ancor lo mi vieta/ la reverenza de le somme chiavi/che tu tenesti ne la vita lieta, io userei parole ancor più gravi”, vale a dire, nonostante che tu sia dannato, il ruolo che hai gestito – la reverenza de le somme chiavi – mi ti fa ancora reverente, non solo dunque al papa come tale, ma anche alla tua indegna persona.
Le aspre parole producono tuttavia il loro effetto: “o ira o coscienza che `1 mordesse,/forte spingeva con ambo le piote”.
E ci allontaniamo mentre quegli continua a scalciare.
Virgilio invece non solo “con sì contenta labbia attese/ lo suon de le parole”, ma con entrambe le braccia lo solleva al petto, rifacendo a ritroso la strada di prima, fino a che, giunti al quinto argine “Quivi soavemente spuose il carco”, laddove l’avverbio sta a confermare l’atteggiamento di assenso in un campo a Virgilio già estraneo.
“Indi un altro vallon mi fin scoperto”: è la quarta bolgia, dei maghi e degli indovini.

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