Lettura del prof. Alberto Casalboni

Canto XVIII
Siamo nel cerchio VIII, suddiviso in 10 bolge, le occupano i fraudolenti contro coloro che non si fidano, contro coloro che non sono legati da un particolare legame, di natura o per un particolare patto per cui è naturale fidarsi, come invece sarà nel cerchio successivo. Ci rimarremo fino al canto XXX, decima bolgia.
In questo canto incontriamo i peccatori delle prime due bolge: nella prima troviamo i ruffiani e i seduttori: rispettivamente Venedico Caccianemico e Giasone, nella seconda gli adulatori e i lusingatori, rispettivamente, Alessio Interminei e Taidè.
Il fatto che in un canto si trovino i peccatori di ben due diverse categorie di fraudolenti, dice del minor rilievo sul piano umano di questi peccatori: è già molto che faccia qualche nome, sappiamo infatti che l’anonimato è sintomo di disprezzo.
Dante e Virgilio, “de la schiena scossi di Gerion”, vengono depositati nella prima bolgia “Luogo è in inferno detto Malebolge”, parola coniata da Dante e di facile comprensione, al cui centro, in fondo, “vaneggia un pozzo assai largo e profondo”, abisso inabitato dai peccatori del nono ed ultimo cerchio, infisso su Lucifero, riservato ai fraudolenti contro coloro che si fidano. A congiungere bolgia a bolgia ci sono dei “ponticelli”, degli archi, che scavalcano la cavità di ciascuna bolgia, dove soggiornano i dannati. Questi ponti arrivano a collegare tutte le bolge, fino a che si troverà il passo bloccato sull’abisso da quel pozzo profondo.
Come sempre, volgono verso sinistra, alla loro destra scorgono “nova pieta/novo tormento e novi frustatoci”, qui è il polittòto “novo” a sottolineare la novità e la crudeltà del tutto. La bolgia è divisa in due settori paralleli, sicché i peccatori “ignudi” si incontrano con quelli che vanno in direzione contraria, come i pellegrini del giubileo che andavano e venivano sul Ponte di Castel S. Angelo nell’anno giubilare del 1300. Con questo riferimento Dante testimonia l’evento del primo Giubileo cristiano: Bonifacio VIII concedeva l’indulgenza plenaria per coloro che, assolti dai peccati, visitassero le quattro basiliche romane nell’arco di un anno – Anno Santo, generalmente con cadenza venti cinquennal e. Questo è anche l’anno del viaggio di Dante. Da ogni parte “demon cornuti con gran ferze,/-che li battien crudelmente di retro”, terribili. sferzate che `facean lor levar le-berze”, le calcagna, per evitare le seconde e le terze frustate. In direzione parallela e contraria veniva uno che Dante riconosce e lo fissa, quello tenta di coprirsi il viso abbassandolo, ma invano: “Venedico se’ tu Caccianemico”!, costretto si rivela “l’ fui colui che la Ghisolabella/ condussi a far la voglia del marchese, come che suoni la sconcia novella”, ossia io fui quello che indusse Ghisolabella a soddisfare le voglie del marchese Obizzo Il d’Este, comunque venga narrata questa turpe storia.
La presenza di questo individuo, a parte la storicità del fatto e la condanna del gesto, subdolo, ingannatore e “sconcio” come dice lo stesso Venedico, ha un suo significato in quanto è la prima di tante testimonianze contro gli abitanti di tutta una città: qui troviamo Bologna “E non pur io qui piango bolognese,/ anzi n’è questo luogo tanto pieno,/ che tante lingue non son ora appresela dicer sipa tra Sàvena e Reno”, ossia, io non sono il solo bolognese a piangere qui dentro, anzi questo luogo ne è tanto pieno che non ve ne sono altrettanti in vita, lassù a parlare bolognese, tra Sàvena e Reno, e per dire “parlare bolognese” dice “a dir sipa”, il sia o il sì a Bologna. Non ha ancora finito di dire, ecco un demonio a sferzarlo con la sua “scuriada”: “Via,/ ruffian, qui non son femmine da conio”, non ci sono prostitute. È tutto.
Salgono poi sul “ponticello”, e proprio quando sono in alto, al centro, Virgilio esorta Dante a guardare verso quelli “altri mal nati” che, lungo la bolgia, andavano nella loro stessa direzione, Virgilio stesso gli rivela l’identità del personaggio degno della loro attenzione: “Guarda quel
grande che vene,/ e per dolor non par lagrime spanda./ quanto aspetto reale ancor ritene!”. È Giasone, qui ritratto come seduttore.
Non ci sorprende l’ammirazione di Virgilio per la grandezza del personaggio “che per cuore e per senno” privò i Colchi del vello d’oro: c’è sempre apprezzamento per il mondo classico, anche se, come in questo caso, è lì a narrare qualcosa di poco edificante, infatti, passando per l’isola di Lemno, Giasone, “con parole ornate” ingannò Isifile, una de “l’ardite femmine spietate” che “tutti li maschi loro a morte dienno”. Ma la pietà per Isifile, lasciata lì gravida, soletta, viene di molto attutita per il fatto che “che prima avea tutte l ‘altre ingannate “. Insomma le donne di Lemno avevano deciso di porre fine alle angherie degli uomini, così li eliminarono tutti, ma Isifile aveva risparmiato il padre: ecco l’inganno verso tutte le altre.
Dunque lusingata, sedotta e abbandonata, meritatamente? Ma Medea?
Oggi più di ieri, ci interpella il verso 96 “e anche di Medea si fa vendetta”. Verso asciutto, ma la parola vendetta che Dante usa qualcosa deve pur suggerirci. I critici dicono di lei “perfida e crudele” per avere ella seminato distruzione e morte, compresi i suoi due figli. È ben vero, e se si vuole era anche una maga, ma soprattutto era una donna innamorata, e ancora non si sottolinea la sua condizione di madre straniera – barbara – ripudiata da Giasone in terra greca: “Essere derisi dai nemici non è cosa che si possa sopportare… Quale vantaggio è per me vivere? Io non ho più una patria, non una casa, né scampo dai mali”, così Euripide di lei (Medea, 797ss). E, si sa, i Greci non avevano alcuna considerazione dello straniero, un barbaro, per di più, una donna. “E questo basti de la prima valle”, dell’avvallamento o bolgia prima.
Già erano giunti là dove lo stretto passaggio s’interseca con il secondo argine e di questo fa sostegno a un altro ponte, quando- avvertono “gente che si nicchia/ ne l’altra bolgia e che col ricuso staffa,/ e sé medesma con le palme picchia”, gente che soffia col muso e si picchia con le palme: difficile dire se si tratta di animali, muso, o di persone, palme, l’ambiente corrisponde più ai primi “Le ripe eran grommate d’una muffa, /per l’alito di giù che vi s’appasta”, insopportabile allaa vista e all’odorato: anche la rima rende questa idea, scuffa, muffa e zuffa: perfetta introduzione allo spettacolo che si presenta dall’alto del secondo ponte: “vidi gente attuffata in uno sterco/che da li uman privadi parea mosso”. Senza commento. Ed ecco l’uomo: “vidi un col capo sì di merda lordo,”, ma subito l’ironia “che non para s’era laico o cherco”, come a dire, in questo vizio dell’adulazione e della lusinga nessun ceto è immune, e l’osservazione ha più di sale in quanto subito dopo Dante ci dice che ha ben riconosciuto chi è quello fra “li altri brutti”: si tratta di Alessio Interminei da Lucca, un laico, e a lui Dante sarcasticamente: “già t’ho veduto coi capelli asciutti”, all’ironia corrisponde la volgarità del dannato che “battendosi la zucca”, dice “Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe/ond’io non ebbi mai la lingua stucca”.
Infine, fra i peccatori di lusinghe, una donna, forse l’unica, di cui Dante non dice bene, dico “di quella sozza e scapigliata fante/ che là si graffia con l ‘unghie merdose,/ e or s’accoscia e ora è in piedi stante”: è Taidè. A noi poco importa che su questo personaggio della commedia di Terenzio, l’Eunuco, si siano sovrapposte interpretazioni, non ultima quella di Cicerone, indipendentemente da chi effettivamente sia questa Taidè, il quadro qui viene opportunamente letto dall’epiteto che Dante le affibbia, “la puttana che rispuose/ al drudo suo”. Se nella bolgia precedente i colpevoli erano i ruffiani “Via,/ raffian, qui non son femmine da conio” e vittime le donne, qui incriminata è la donna.
Ma di tutto questo basta. “E quinci sian le nostre viste sazie”, abbiamo visto abbastanza.

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