Lettura di P. Prof. ALBERTO CASALBONI

Canto XX

Cerchio VIII, quarta bolgia: maghi e indovini. Virgilio e “la mia tragedia”.
Il XX canto si apre con una nota tecnica: “Di nova pena mi convien far versi/ e dar matera al ventesimo canto/ de la prima can_on, ch’è d ‘i sommersi”, espressione da collegarsi al canto XVI: “e per le note/ di questa comedìa…”. Dunque il viaggio proposto da Virgilio nel I canto, a visitare gli spiriti delle “disperate strida”, quindi di “color che son contenti/nel foco”, infine quelli de “le beate genti” si articola in canti e in cantiche, di questa comedìa, diversa per stile e contenuto dall’Eneide, poema epico che Virgilio stesso, verso la fine di questo canto, qualifica come ” tragedìa”: “Euripilo ebbe nome, e così ‘1 canta/l’alta mia tragedia”. È ancora da sottolineare l’aggettivo “alta tragedia”, a conferma della diversità di stile fra commedia e tragedia.
“I sommersi” di questo “ventesimo canto” sono i maghi e gli indovini, per la verità introdotti già nel canto precedente: “O Simon mago, o miseri seguaci/ che le cose di Dio… per oro e per argento avolterate”. Lì era un’introduzione alla simonia, qui Dante alla magia abbina l’arte divinatoria.
Le adeguate pene per la gente “che si bagnava d’angoscioso pianto” si attagliano direttamente agli indovini che Dante vede venir “al passo/che fanno le letane in questo inondo”, ossia gente che avanza piangendo e in silenzio al passo di coloro che procedono in una processione religiosa. Ma ecco perché:
“mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ‘1 mento e ‘1 principio del casso,
ché da le reni era tornato ‘1 volto,
e in dietro venir li convenia,
perché ‘1 veder dinanazi era lor tolto”.
Occorre rilevare che la fantasia di Dante, nell’accordare le pene alla trasgressione, non ha proprio eguali: come dunque gli indovini hanno tentato di scrutare il futuro con l’intento di predirlo, operazione che appartiene di diritto solo alla divinità, così ora, per contrappasso, procedono col volto girato all’indietro tra il mento e l’inizio del busto, sicché per vedere dove poggiare il piede devono camminare a ritroso, per darcene una rappresentazione, Dante immagina uno colpito da una tale forma di paralisi, da rimanere con il viso fissato all’indietro, epperò lui stesso confessa di non aver mai veduto qualcosa di simile.
Destinato a rimanere ancora più impresso nella nostra mente, è un ulteriore particolare: dopo essersi rivolto al lettore e avergli augurato di saper trarne insegnamento, aggiunge: “or pensa per le stesso
com’io potea tener lo viso asciutto
quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che 7 pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso”.
Davvero stravolta la nostra figura e dove si incanalano le lacrime! E tuttavia Virgilio rimprovera il pianto e la commiserazione di. Dante: “Qui vive la pietà quand’è ben morta”, solo gli sciocchi, continua, provano compassione di fronte al giusto castigo del giudizio divino. Ma Dante ci fa comprendere che la sua, nonché pietà verso cotesti dannati, è il disappunto che prova nel constatare le deformazioni, più spirituali che fisiche, cui è ridotta l’umana persona “la nostra imagine”, comprovata da una lunga teoria di esempi di indovini puniti, Anfiarao, Tiresia – certamente il più noto ai lettori di Omero – Arunte: di costui vale la pena citare le parole di Dante per l’efficacia del dettato:
“Aronta è quel che al ventre li s’atterga”, al ventre di Tiresia si accosta Arunte, ventre a fungere da spalle, girato com’è con la testa per vedere dove posare il piede.
Ma soprattutto cara a Virgilio è la figura seguente:
“E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,/Manto fu”, ossia, quella che copre le sue mammelle con le trecce disciolte e ha dall’altra parte tutte le parti pelose, che tu non vedi, proprio perché anch’essa cammina a ritroso, bene, quella è Manto, colei che diede il nome alla sua Mantova, fondata poi nella località dove lei morì,
quivi giunta dopo infinite peregrinazioni. Ma Virgilio non nomina subito Mantova, lo si intuisce dall’ampia digressione e perifrasi geografica a localizzarla, solo dopo quarantuno versi compare il nome: “Li uomini… Mantiia l’appellar sanz’altra sorte”, senza altri sortilegi, ossia sulle sue ossa fu fondata questa città senza altre cerimonie divinatorie e propiziatorie, dopo quelle operate dalla maga Manto. E questo racconto di Virgilio sulla fondazione della sua città sia sigillo di verità dello svolgimento dei fatti, comunque venga tramandato.
Indi prosegue la rassegna dei personaggi, accanto a Calcante, c’è Euripilo, l’indovino greco noto perché diede il via alla spedizione dei Greci contro Troia, suggerendo ad Agamennone di sacrificare la figlia Ifigenia per propiziare i venti necessari alla flotta trattenuta in Aulide per volontà degli dei. Come si diceva in apertura, Euripilo dà lo spunto a Virgilio per citarlo come personaggio della sua Eneide, “la mia tragedia”.
Con l’omaggio a Virgilio con la presentazione di Manto, abbandoniamo definitivamente il mondo del mito, almeno sul piano strutturale, della funzione: non più custodi o giustizieri presi dalla mitologia classica.
Il mito è narrazione fantastica, dapprima trasmessa oralmente, di vicende che hanno protagonisti esseri divini o eroi ai quali le civiltà antiche hanno affidato, in forme simboliche, la spiegazione dell’esperienza religiosa e la giustificazione dei fondamenti del sistema sociale. In questo senso molto utile anche a Dante quale paradigma etico e culturale.
Il debito di Dante nei confronti di Virgilio, oltre al mito e all’oltretomba, va soprattutto a lui come cantore dell’epopea romana, l’Eneide rappresenta, sul piano ideologico, la gloria dell’impero Romano e di Roma: il potere temporale insomma, che deve essere ripristinato a sanare una situazione etico/politica insostenibile: c’è insomma bisogno di uria seconda rigenerazione. Impianto ideologica presente e attuale, benché su trama politico/culturale del passato. Ricordiamone la funzione: tu ricorda, o Romano, di dominare le genti,
queste saranno le tue arti, stabilire norme alla pace,
risparmiare i sottomessi e debellare i superbi”.
Detto dei personaggi del mito, ecco quelli della nostra era, fra questi Michele Scotto, famoso astrologo alla corte di Federico II “de le magiche frode seppe ‘1 gioco”, se in quanto esperto di arte illusoria non meriterebbe molto, di “gioco” infatti parla Dante, fu tuttavia traduttore e commentatore delle opere di Aristotele e, in questo senso, merita considerazione. Seguono Guido Bonatti, forse citato non perché fu un cortigiano di Federico II, ma per aver egli consigliato Guido Novello in occasione della battaglia di Montaperti, evento assai noto nella storia di Firenze.
Con Asdente, “lo calzolaio da Parma”, come lo stesso Dante lo chiama nel suo Convivio, “ch’avere inteso al cuoio e a lo spago/ora vorrebbe, ma tardi si pente”, Dante intende condannare anche gente del popolo, come quelle donne “triste che lasciaron l’ago,/ la spuola e ‘l fuso, e fecersi `ndivine,/fecer malie con erbe e con imago”. Donne queste che vengono accomunate con personaggi più famosi e ben più deleteri sul piano sociopolitico, purtroppo condannate dal comune pregiudizio, piuttosto diffuso nelle società di sempre.
E qui il discorso si potrebbe dilungare sui numerosi processi a cui queste povere donne, in epoche successive, andarono incontro per mano dell’inquisizione. A modo di documentazione sul tema vi suggerirei “Dies irae” di Theodor Dreyer, come dire, cattolici e protestanti, in questo, poco si differenziarono.
Ma è ora di avanzare, perché ormai la luna, Caino, raggiunge il confine fra i due emisferi, “e già iernotte fu la luna tonda”, nella “selva selvaggia”: è il plenilunio dopo l’equinozio di primavera, a determinare la data della Pasqua.
Così parlando, si avviano intanto, introcque, verso la quinta bolgia.
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