Lettura di P. ALBERTO CASALBONI

Canto XXI

Cerchio VIII, quinta bolgia: i barattieri, Bonturo Dati, i 12 demoni.
Al canto XIX, la simonia del clero, fa da pendant la baratteria dei politici: si tratta sempre di corruzione, ciascuno con le proprie armi.
Giunti nel burrato, avevamo lasciato al suo destino Gerione e, prima ancora, i vari Caronte, Minosse, Cerbero, Pluto, Flegiàs, Medusa e le Erinni, le Arpìe, il Minotauro e i Centauri, in sostanza le figurazioni del mondo classico, per quanto allegorizzate e inserite così in un mondo cristianizzato, ora, nel sottomondo dei fraudolenti, i custodi sono i demoni, e con quelli i dannati debbono regolare i conti, li abbiamo visti subito nella prima bolgia a sferzare i ruffiani e i seduttori. Li ritroviamo qui ad uncinare i barattieri: e la fantasia di Dante si sbizzarrisce già nel dare un nome alla banda, i Malebranche, addetti ad abbrancare i peccatori, e a ciascuno in particolare, Malacoda, il capo, Barbariccia, il decurione, poi la decuria: Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Draghignazzo, Libicocco, Ciriatto, Graffiatane, Farfarello, e Rubicante. Apparentemente un tutto militarmente ordinato.
“Così di ponte in ponte, altro parlando… restammo per veder…”
Lo scenario che si apre su quest’altra fessura di Malebolge, la bolgia quinta, è ancor più nero delle precedenti, e “vidila mirabilmente oscura”. Le ragioni di questa oscurità sono comuni a tutto l’inferno, ma anche peculiari di questa pena: a darne l’idea, Dante fa riferimento all’arsenale dei Veneziani, dove “bolle l’inverno la tenace pece”, è infatti un ribollire di pece, entro la quale sono sommersi i peccatori, con i diavoli a sorvegliare che i dannati non mettano il naso fuori. E come là è tutto un fèrvere di attività per riassestare vele, barche e navi, in attesa della stagione propizia alla navigazione, così qui i dei-noni hanno un bel da fare a sorvegliare i dannati, e ci riescono, infatti Dante vede il ribollir della pece, ma, ancora, non vede anima viva: tutti sotto la pece. “Guarda, guarda!”, grida Virgilio a un certo punto, ma non già per vedere i dannati, ma “un diavol nero/per lo scoglio su venire”. A Dante appare terribile “Ahi quant’elli era nell’aspetto fero!”, e, nonostante il peso di un dannato sulle spalle, era “sovra i piè leggero”. Rivolgendosi al branco, grida “ecco un de li anzian di Santa Zita”, pensate voi a sistemarlo, ché io torno a prenderne altri di “quella terra che n’è ben fornita” ossia Lucca, di cui Santa Zita è patrona, indi, con ironia, “ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo”, e Bonturo ne è l’esemplare. Baratteria, donde barattiere, è il termine che indica l’abuso di una carica pubblica per scopi illeciti, favori in cambio di denaro, sicché “del no, per li denar, vi si fa ita”, il no diventa sì. “Là giù `l buttò” e “Quel s’attuffò, e tornò su convolto”, ma i demoni sono pronti a roncigliarlo, e a consigliarlo per il suo bene “Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,/ non far sopra la pegola soverchio”, ossia, non mettere il naso fuori, ti conviene ” che, se puoi, nascosamente accaffi, e infatti “l’addentar con più di cento raffi”, proprio come fanno i cuochi con la carne che galleggia “in mezzo la caldaia”.
È da notare che accaffare, pigliare nascostamente, è verbo adatto per chi, barattiere, lavora di sottobanco.
Vista la mala parata, Virgilio raccomanda a Dante di nascondersi dietro la roccia, e non prenda paura se a lui, mentre va a parlare con il capo, i diavoli rivolgono minacce, li ha già incontrati e sa bene come comportarsi “perch’altra volta fui a tal baratta”, e il termine ben si adatta, e infatti a lui, giunto “in su la ripa sesta”, si fanno incontro i diavoli lì presenti, e gli si avventano contro a modo di cani scatenati sul disgraziato che entra nel cortile per elemosina, ma egli li blocca con la sicurezza che gli deriva dal suo ufficio: “Nessun di voi sia fello!” e “Traggasi avante l’un di voi che m’oda”, e tutti ad indicare Malacoda, “Vada Malacoda!”, il capo. A lui, che a voce alta dice “Che li approda?”, come dire, ma che cosa vorrà costui? Virgilio risponde “Lascian’andar, ché nel cielo è voluto/ch’i mostri altrui questo cammin silvestro”, d’altra parte dovrebbe averlo compreso da solo, visto che i nostri due sono giunti fin lì. “Allor li fu l’orgoglio sì caduto, ch’e’si lasciò cascar l’uncino a’ piedi”, e comanda agli altri di non fare loro alcun male, e così Virgilio dice a Dante di venire, e Dante lo raggiunge, ma come già nei confronti di Gerione, la paura non l’abbandona al vedere che “i diavoli si fecer tutti avanti”.
Diversamente da Virgilio, Dante sa che il Diavolo è il mentitore per antonomasia ” sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto”: costrutto alla latina, significa temetti veramente che non mantenessero la parola data. A significare la paura, Dante esemplifica con uno dei rari riferimenti autobiografici: alla stessa maniera – dice – vidi un giorno aver paura i soldati che uscivano da Caprona, certo protetti dal patto appena concluso, ma come non temere al vedersi circondati da tanti nemici? Evento questo del 1289, dopo la battaglia di Campaldino contro i ghibellini, a cui sicuramente Dante ha partecipato, a dimostrare, forse, che certamente Dante mai fu barattiere, nonostante l’accusa in seguito mossa contro di lui nella Firenze governata dai Neri. “I’ m’accostai con tutta la persona/ lungo `l duca mio”, e sembrava non bastare di fronte alle minacce: ‘Tuo’ che lo tocchi… in sul groppone?”, minaccia l’uno, “Sì, fa che gliel.’accocchi”, gli fa eco un altro, ma Malacoda, ormai soggiogato: “Posa, posa, Scarmiglione!”, e a Virgilio dice che non possono procedere oltre sul ponte, perché è rotto da quando Cristo è sceso agli inferi. Ma non potendo pronunciare questo nome, si esprime con una perifrasi che risulta esatta: ieri, cinque ore più tardi di quest’ora, si compirono 1266 anni da quando la strada fu interrotta, ma non era esatta la premessa “presso è un altro scoglio che via face”, perché tutti i ponti sulla sesta bolgia sono rotti: sicché, la decuria che gli assegnerà a scortarlo fino al prossimo ponte è un’inutile menzogna, resa però credibile agli occhi dei pellegrini dalla esatta informazione sul tempo della discesa al limbo di Gesù: “Io mando verso là di questi miei/a riguardar s’alcun se ne sciorina,/ gite con lor, che non saranno rei”, e sceglie la decina sopra citata, “cercate ‘ntorno le boglienti pane,-1 costor sian salvi infino a l’altro scheggio/ che tutto intero va sovra le tane”, scheggio o ponte intero che non esiste. Dante, non senza ragione, teme e, – Maestro, ti prego, andiamo via di qui da soli, senza questa scorta, dal momento che tu certo conosci la strada, non t’accorgi “ch’e’ digrignar li denti/e con le ciglia ne minaccian duoli?”, io, per me di tale scorta ne farei volentieri a meno. Come altre volte, Virgilio mostra di non conoscere a fondo la natura fedifraga del diavolo e dei diavoli, e “Non vo’ che tu paventi,/ lasciali digrignar pur a lor senno/ ch’e’fanno ciò per li lessi dolenti”, e, che fare?, sicuro e tranquillo Virgilio, dubbioso molto Dante, “Per l’argine sinistro volta dienno”, girano cioè normalmente a sinistra, ma non sfugge a Dante lo strano comportamento della truppa “ma prima avea ciascun la lingua stretta/ coi denti, verso lor duca, per cenno”: che cosa voglia dire questa lingua “stretta/ coi denti”, che a Dante non piace, lo impareremo subito. “Così di ponte in ponte, altro parlando che la mia comedìa cantar non cura”: era l’esordio del canto, comedìa, a significare uno stile dimesso, adeguato alla materia.
Ed ecco la conferma: “ed elli avea del cul fatto trombetta” a dire del segnale di partenza di tal truppa, del resto già in attesa e in assetto!
E partono.

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