Lettura dell'Inferno a cura di P. Alberto Casalboni

Canto XXII
Cerchio VIII, quinta Bolgia, Barattieri: Ciampolo di Navarra ed altri. I diavoli. Il canto è fra i più lunghi, 151 versi.
Siamo sempre fra i barattieri, ma intanto la decina si è mossa verso il fantomatico ponte. La considerazione di Dante si soffenna sullo strano segnale di partenza di Barbariccia, la chiusa del canto precedente: e dire che Dante ha visto eserciti partire per la battaglia, per le esercitazioni, per i tornei, scorribande e incursioni a cavallo, segnali dati con campane, tamburi, fuochi e fumate da castello a castello, partenze per terra e per mare: ma un segnale così mai fu visto né udito.
E comunque si va “ne la chiesa/coi santi, e in taverna coi ghiottoni” occorre fare di necessità virtù, anche con quella “fiera compagnia” di demoni.
Ciononostante l’attenzione di Dante è tutta fissa “a la pegola”: gli impeciati gli ricordano i delfini per “l’arco de la schiena” alla ricerca di un sollievo “in men che non balena”. Alla similitudine dei delfini segue quella dei “ranocchi pur col muso fuori/ sì che celano i piedi e l’altro grosso” sul greto di un fosso, pronti a sparire “come s’appressava Barbariccia” e la sua torma. Questo il palco su cui si aprirà la scena seguente, degna di un teatro.
“l’vidi, e anso il cor me n’accapriccia,/uno aspettar così, com’elli incontra/ch’una rana rimane e l’altra spiccia”, insomma un dannato che non ha la prontezza di rituffarsi e rimane a galla un tantino di troppo, e Graffiacane, che era il più vicino, “li arruncigliò le ‘mpegolate chiome/ e trassel sù, che mi parve una lontra”, e intanto che comincia la gazzarra intorno al malcapitato, Virgilio trova il tempo per chiedergli chi sia: si ha la sensazione che ai diavoli sia imposta una sorta di tregua durante il dialogo, infatti la risposta è articolata. A noi interessano poche cose: ” l’ fui del regno di Navarra nato… quivi mi misi a far baratteria”, subito l’indisciplinato Ciriatto, il porco, tenta di azzannarlo, ma viene difeso dal capo che “il chiuse con le braccia” – anche l’abbraccio di un demonio, lì, appare come una difesa al disgraziato! – sicché a Virgilio è consentito porre altre domande a quello che sembrava un topo fra molti gatti: e questi molti saranno per lui una fortuna. Virgilio incalza “Or dì …/conosci tu alcun che sia latino/sotto la pece?”, latino equivale a italiano. La risposta è pronta ed esauriente: ha appena lasciato là sotto uno di quelle parti, e più vorrebbe dire, non fosse che i diavoli lo molestano con i loro runcigli “Così foss`io ancor con lui coperto/ eh ‘i’ non temerei unghia né uncino”. L’insofferenza dei diavoli ribolle, lo dice chiaro Libicocco, dal nome dei venti da temporale, libeccio e scirocco, “Troppo avem sofferto”, è troppo per la nostra pazienza, e così gli runciglia un braccio, Draghignazzo lo attacca a una gamba. Ci vuole tutta l’autorità di Barbariccia per tenerli a freno. Mentre il navarrese si sofferma a riguardarsi braccia e gambe ferite, Virgilio insiste per sapere il nome di colui che gli era vicino: è frate Gomita della Gallura, già al servizio di Ugolino Visconti, signore del giudicato della Gallura, di Sardegna “vasel d’ogne frode”, infatti “Danar si tolse e lasciolli di piano”, ossia patteggiò per danaro la libertà dei nemici di Ugolino e li lasciò andare liberi senza alcun processo, alla faccia della fiducia riposta in lui dal suo signore, insomma “barattier fu non picciol, ma sovrano”, vi è con lui un altro sardo: è Michel Zanche di Logodoro, e insieme sempre ragionano della Sardegna, ovviamente di frodi. La paura però gli si legge negli occhi e “Omè, vedete l’altro che digrigna,/ i’ direi anche, ma i’ temo eh’ello/ non s’apparecchi a grattarmi la tigna”.
E, tra verità e menzogna, si procede: indubbiamente il Navarrese ha paura, ma finché è protetto da Barbariccia avrebbe una certa sicurezza, `1 gran proposto, vòlto a Farfarello/ che stralunava li occhi per fedire” grida infatti “Fatti `n costà, malvagio uccello!”, ma è sempre meglio uscire da queste grinfie, e allora il dannato di Navarra prepara il piano contro i re dell’inganno: “Se voi volete vedere o udire… Toschi o Lombardi, io ne farò venire”. Visto che Barbariccia è obbligatoriamente consenziente a che Virgilio domandi, il dannato, non per nulla maestro di frode, con un segnale convenuto – dice – chiamerà questi toscani e lombardi, a condizione che “stiano i Male branche un poco in cesso,/ sì eh’ei non teman de le lor vendette”, e io, stando seduto in questo stesso luogo – continua – da uno che sono, ne farò venire sette, cioè tanti, poiché così qui si è soliti fare, quando si sente un fischio a segnalare che i custodi sono lontani. Cagnazzo “levò ‘1 muso”, e che altro può levare un cagnaccio? a dire “Odi malizia/ ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!”: e chi avrà la meglio fra tanti “maliziosi”? Il Navarrese sembra proprio agguerrito, e conferma di essere malizioso: diversamente, che ci starebbe a fare proprio qui? Malizioso sì, ma non come pensa Cagnazzo, al contrario, proprio contro i suoi compagni di sventura: “Malizioso son io troppo,/ quand’io procuro a’ mia maggior trestizia”. Alichino, forse forte delle sue ali, abbocca e “Se tu ti cali,/ io non ti verrò dietro di gualoppo,/ma batterò sovra la pece l’ali”, e lancia la sfida, al dannato e ai suoi, ai quali propone di lasciare l’argine sì che faccia da riparo alla vista dei dannati, ma avverte il Navarrese “a veder se tu sol più di noi vali”.
Dante interrompe la cronaca a sollecitare la nostra attenzione a non perdere nulla dello spettacolo “nuovo ludo”, uno strano gioco. Cominciando dal riottoso Cagnazzo, ancora non si sono girati per sparire, che “Lo Navarrese ben suo tempo colse,/fermò le piante a terra, e in un punto/saltò e dal proposto lor si sciolse”, davvero tempestivo a sciogliersi dall’abbraccio di Barbariccia, che certo aveva allentato la presa proprio perché anch’egli incredulo di fronte a tanta furbizia, e a cogliere l’attimo per gettarsi in men che non si dica nella pece: i diavoli tutti sono presi da costernazione, ma Alichino più degli altri, e vola senza premetter tempo, al grido “Tu se ‘giunto!”. Parole. Più forte la paura della velocità delle ali: “quelli andò sotto”: quando uno ne sa una più del diavolo! Istantanea anche la virata di Alichino per non impeciarsi, come falco che fallisca la presa dell’anitra. E qui comincia il bello. Calcabrina, a sua volta, coglie l’occasione per volare su Alichino a vendicare l’ónta subita, suo malgrado, a causa di uno sprovveduto, Alichino, a credere a un fraudolento: e si azzuffano, artiglio contro artiglio, se però Alichino fu, prima, sprovveduto, non lo è ora a sua difesa e ‘fu bene sparvier grifagno ad artigliar lui, e amendue/ cadder nel mezzo del bogliente stagno”. Ma la pece è bollente anche per i custodi, sicché “Lo caldo sghermitor fue”, ma una volta piombati nella pece, anche le ali “inviscate” a poco servono a “levarsi”. Barbariccia, arrabbiato come gli altri, è costretto ad organizzare il salvataggio, ne fa volare quattro all’argine opposto e velocemente, chi qua, chi là, scendono e si appostano e con gli uncini raccolgono finalmente i due ormai già cotti.
“E noi lasciammo lor così ‘mpacciati”, come dire, anche Virgilio fu ben contento di approfittare dell’occasione per fuggire da una tale compagnia.

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