Lettura di P. Alberto CASALBONI

Canto XXIII
Cerchio VIII, sesta bolgia. Gli ipocriti, oberati da pesantissime cappe di piombo: i frati gaudenti, Catalano e Loderingo, Caifa ed Anna giacciono in terra crocifissi.

“Taciti, soli, santa compagnia/ n ‘andavam l’un dinanzi e l’altro dopo”, laddove “Sana compagnia” fa riferimento alla decina dei diavoli, 4″iiipacciati”, lasciati là, intenti a trarre dalla bollente pece Calcabrina e Alichino, doppiamente derisi dal Navarrese e dai due pellegrini in fuga. Il che richiama alla mente la favola di Esopo: un topo chiede aiuto alla rana per attraversare un guado, la rana lega il topo alle sue zampe, con l’intento di sprofondarsi nel guado stesso e annegare il topo che non sa nuotare, ma prima che giungano al largo, uno sparviero si getta sul topo con al traino la rana, e li ghermisce entrambi: così con Calcabrina che intendeva uncinare Alichino: risultato, ambedue nella pece. Per non fare una fine simile, Dante, impaurito, dice a Virgilio che sarà opportuno nascondersi, poiché, sia realtà o immaginazione, avverte alle calcagna il sopraggiungere dei diavoli già “scherniti con danno e con beffa”. La stessa cosa stava pensando Virgilio “sì che d’intrambi un sol consiglio fei”, dove “consiglio” vale decisione. Non avevano finito di ragionare “ch’io li vidi venir con l’ali tese”, allora “Lo duca mio di sùbito mi prese” e giù nella contigua bolgia. A significare la maniera amorosa e solerte di Virgilio, Dante lo paragona ad una madre che, per salvare il bimbo dall’incendio scoppiato notte tempo, neppure pensa a vestirsi `prende il figlio e fugge e non s’arresta’, così Virgilio “portandosene me sovra ‘1 suo petto,/ come suo figlio, non come compagno”.
Ed ecco che “A penafuoro i piè suoi giunti al letto/del fondo giù, ch’e’fiiron in sul colle/sovresso noi”, ma a quel punto non c’era più nulla da temere, la sesta bolgia è loro preclusa, fuori dalla “giurisdizione” dei demoni.

E così termina l’avventura dei barattieri, e ci troviamo nella bolgia sesta degli ipocriti, vizio particolare del clero d’ogni tempo, annunciato in apertura di canto, a modo di riferimento, con quella similitudine “come frati minor vanno per via”, a significare la maniera dell’incedere dei due pellegrini ancora nella bolgia precedente.
Questo è il canto del “guai a voi, ipocriti” di Gesù ai Farisei: farisei antichi e nuovi. L’ipocrisia, si diceva, è vizio proprio del clero, come del resto la simonia, ne sarà conferma, al canto XXVII, l’espressione “Lo principe di novi Farisei”, detto di papa Bonifacio VIII. Una semplice analisi lo confermerà, anche se esplicitamente Dante non lo dice. Nella presente bolgia si trova “una gente dipinta”, gente “che giva intorno assai con lenti passi, piangendo”, passi lenti e pianto perché
“Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fasci”,
Di fuor dorate son, sì eh’elli abbaglia,
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia”.
Appare evidente il contrasto Di fuor/dentro a confermare “una gente dipinta” che rimanda ai “sepolcri imbiancati” di evangelica memoria, inoltre i cappucci bassi, detto per ipallage, che stanno per occhi bassi, al modo degli ipocriti, Cluny che fu, ormai sono quattro secoli, sede della riforma monastica e susseguentemente della Chiesa, e ancora, lo sfavillio delle cappe dorate a nascondere il vile e pesante piombo, sì che Dante esclama “Oh in etterno faticoso manto!”, manto accanto a cappe. Più avanti dirà “cappe rance”, cappe gialle oro.
Insomma, agli iniziali frati minori fa seguito una serie di vocaboli dalle connotazioni semantiche proprie del mondo religioso: cappe, cappucci bassi, Clugnì, monaci, grave stola, collegio, ossia comunità religiosa, concilio per sinedrio, frate, Frati godenti, infine le persone, Catalano, Loderingo, Caifa e Anna suo suocero: un autentico campionario di vocaboli da monasteri, conventi e sacrestia.
Queste cappe sono tali che, a paragone delle quali, quelle che l’imperatore Federico II faceva indossare ai condannati, erano “di paglia”.
Oberati da tanto peso, gli ipocriti, pur camminando, sembrano fermi, e il pur lento incedere dei due pellegrini sembra loro una corsa. L’esasperata lentezza e il silenzio claustrale fanno sì che il parlare sia facilmente udito, infatti uno intese “la parola tosta” di Dante ed è pronto a rispondere positivamente al desiderio del toscano “Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi”. Dante si ferma, due avanzano, a indurlo a pazientare è il loro atteggiamento, non certo il passo “vidi due mostrar gran fretta de l’animo, col viso”. Giungono. Fa impressione quel loro rimirare gli ospiti “con l’occhio bieco”, di traverso, a sottolineare ancora la persona curva, quasi cariatide, per il peso della cappa.
Richiesto, il primo a presentarsi è proprio Dante, benché in perifrasi. Poi è il turno di uno dei due “Frati godenti fummo, e bolognesi,/ io Catalano e questi Loderigo”, bolognesi trapiantati a Firenze per ragioni d’ufficio “per conservar pace” proprio al tempo in cui Dante nasceva. In sostanza, i due erano della compagnia dei Cavalieri Gaudenti o della Beata Maria Vergine Gloriosa, che aveva come scopo la tutela della pace nella società civile, messa a repentaglio dalle due fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. Dalle stesse parole di Catalano, non sembra però che il loro operato sia stato conseguente, anche se meno chiara per noi è l’espressione “e fummo tali/ ch’ancor si pare intorno dal Gardingo”, ma a convincerci è l’invettiva di Dante, benché solo accennata “O frati, i vostri mali…”, solo apparentemente interrotta dalla visione di “un, crucifrsso in terra con tre pali… (che) tutto si distorse,/ soffiando ne la barba con sospiri”.
Rimane problematica per noi quella sospensione di giudizio, “i vostri mali…”: a che cosa alludono quei puntini? O, forse, la figura retorica della reticenza è espediente di maggior effetto, in specie per chi bene quei fatti conòsceva?
Comunque, quel “crucifrsso” è Caifa che, a sua volta e per contrappasso, subisce il supplizio della croce “attraversato “, sì che “è mestier ch’el senta/qualunque passa, come pesa, pria”, a sentire il peso di coloro che s’aggirano con i pesanti piombi, lì accanto ci sono anche Anna e gli altri del sinedrio che hanno condannato Gesù alla morte di croce. Solo Virgilio può meravigliarsi della scena e dei personaggi.
È il momento di proseguire, Catalano, richiesto se vi sia “alcuna foce”, un passaggio per la bolgia seguente, dice che sono fortunati perché vicino c’è uno di quei ponti rocciosi che, partendo dal cerchio esterno, scavalcano tutti gli orribili fossati “salvo che `n questo è rotto e nol coperchia”, potranno però salire su per le macerie che si adagiano sul fianco dell’argine e fanno mucchio sul fondo. Al sentire questo “Lo duca stette un poco a testa china,/poi disse: “Mal contava la bisogna/ colui che i peccator di qua uncina”: la testa china a ripensare alla falsa informazione di Malacoda, ed ecco l’ironia di Catalano “Io udì’ gin dire a Bologna/del diavol vizi assai, tra ‘quali udi’/ch’elli è bugiardo e padre di menzogna”. Ma, come si diceva, Virgilio è meno agguerrito nei confronti di Satana, “padre di menzogna”. Ciò non toglie però che si senta deluso ed anche un po’ umiliato, lo dimostra con quel suo partirsi “a gran passi”, “turbalo un poco d’ira nel sembiante”, amareggiato più che per se stesso, per il fatto che è guida, duca, come spesso gli si rivolge Dante. E qui appare un’altra formidabile caratteristica del diavolo, legata al fatto che è bugiardo e padre di menzogna” e cioè che per essere bugiardi occorre sapere, diversamente che bugia è? E il diavolo è pressoché onnisciente, sa tutto di noi, sa scandagliare fino nel profondo della nostra coscienza, dei nostri più reconditi pensieri, penetrali che mai nessuna divinità pagana è stata capace non solo di sondare, ma neppure di immaginare. E questo, quanto a noi, è il più grande potere che Satana abbia nei nostri confronti: sapere di noi quello che talvolta neppure noi sappiamo, prerogativa che oseremmo definire divina.
E, tuttavia, sulle orme di Virgilio, Dante si parte “da li ‘ncarcati”, a sottolineare ancora la pena degli ipocriti tristi.

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