Lettura di P. Alberto CASALBONI

Canto XXIV

Cerchio VIII, settima bolgia: i fraudolenti ladri, fra serpenti, e serpenti essi stessi per metamorfosi. Vanni Fucci e la profezia dell’esilio di Dante.

Il canto precedente si era chiuso con la disillusione e l’umiliazione di Virgilio, lasciatosi ingannare dal “padre di rnenrogna”, per di più detto con ironia dal frate Catalano da Bologna, ma sappiamo anche che la genuinità di Virgilio, nonché limite, è un pregio, anche se come guida, avrebbe desiderato in sé maggior perizia.
Tutto questo Dante rende con una lunga similitudine agreste e pastorale. Immagina, al termine della stagione invernale, lo scoramento de “lo villanello” che scambia la brina per neve: ma è lo spazio di un momento, poiché immediatamente comprende e si rià “e prende suo vincastro/ e fuor le pecorelle a pascer caccia”, con simile prontezza si riprende dal primo sconforto Virgilio, e, aprendo le braccia, solleva Dante per il nuovo irto cammino, a salire l’argine per la bolgia settima. La fortuna, dice Dante, è che l’inferno, digradando, fa sì che l’argine verso il basso sia meno ripido dell’altro, e così, pur con tanta fatica “Non era via da vestito di cappa” – con evidente riferimento agli ipocriti – arriva finalmente in cima, un po’ sospinto e molto affaticandosi, ma “i’ non potea più oltre,/ anzi in’assisi ne la prima giunta”, appena giunto. Ma Virgilio non gli lascia molto margine, anzi approfitta della circostanza per un autentico sermone sulla solerzia: “seggendo in piuma/ in fama non si vien, né sotto coltre”. Insomma nella vita bisogna lavorare sodo. Il punto sulla fama è per noi estremamente interessante, visto che nel mondo di là tutti si raccomandano di ricordarli, vuoi per la fama, come ultimo vestigio di immortalità, vuoi come motivo di suffragio.
Qui vi aggiunge anche un motivo per i vivi: “sanza la qual chi sua vita consuma,/ cotal vestigio in terra di sé lascia, /qual fummo in aere e in acqua la schiuma”. Fumo nell’aria e schiuma nell’acqua è la vita di chi non lascia dietro di sé motivo di ricordo, proprio di chi è ignavo, insomma. “E però levati sù” a meno che proprio la stanchezza sia tale che non ti consenta di rialzarti, “Più lunga scala convien che si saglia”, e altro ancora aggiunge la guida, sì che “dissi: “Va, ch’i’ son forte e ardito”, e ,ancora via, nonostante “lo scoglio” fosse “stretto e malagevole/ ed-erto più assai che quel di pria”
Questa prima parte del canto ha valore parenetico, si spiega così il lungo parlare di Virgilio e il tentativo di rispondere e di essere all’altezza di Dante “Parlando ‘andava per non parer fievole” insomma per dimostrare al maestro di aver assimilato l’insegnamento. Questo parlare è udito da uno dell’altra bolgia che tenta di interloquire, ma con voce “a parole formar disconvenevole”, unico indizio “chi parlava ad ire parea mosso”, si capiva cioè che sembrava un essere in movimento. Altra possibilità non rimane che scendere verso l’argine opposto, più basso, e quindi più vicini al fantomatico interlocutore.
E lì “mi fu la bolgia manifesta./ e vidivi entro terribile stipa/ di serpenti, e di sì diversa mena/ che la memoria il sangue ancor mi stipa”.
Al paragone, tutti i racconti, compreso quello di Lucano, che parla di “chelidri, iaculi e faree… e centri con anfesibene” nel deserto libico, al quale possiamo aggiungere i deserti d’Etiopia o della regione ” che di sopra al Mar Rosso èe”, poco o nulla dicono al confronto.
Tra questa infinita moltitudine di serpenti “corréan genti nude e spaventate/ sanza sperar pertugio
o elitropia”, nessuna speranza d’uscita e/o di guarigione. Avevano le mani legate dietro con serpenti che allungavano sulle reni la coda e la testa, e si annodavano sul davanti. Si assiste qui ad una scena strana: un serpente si avventa contro un ladro e lo morde sulla nuca e in un amen quello si incendia e diviene cenere ammucchiata al suolo, ma ancora, in men che non si dica, raccoltasi, la cenere ridiviene persona, quasi fenice che al cinquecentesimo anno “more e poi
rinasce”, “erba né biado in sua vita non pasce/ ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,/e nardo e
mirra son le ultime fasce”. Levatosi, il ladro appare come un posseduto o un epilettico che si rià dopo un attacco, ma ancora non si rende conto dell’accaduto.
“Oh potenza di Dio, quant’è severa,/ che cotai colpi per vendetta croscia!”
L’esclamazione stacca fra la pena e il personaggio, fra ciò che è generale del peccato e la storia. La pausa ci offre comunque l’occasione per una riflessione sulla pena dei ladri, sul contrappasso. Perché mai i ladri da persona diventano cenere, da persona diventano serpenti e viceversa? Forse a significare che, avendo essi sottratto cose, talvolta anche sacre, come in questo caso, “ladro a la sagrestia d’i belli arredi, e falsamente già fu apposto altrui”, viene loro sottratto quello che di più sacro c’è in una persona, la persona stessa, l’immagine umana, per diventare bestia. Quella specie di ladro indemoniato/epilettico, richiesto, infatti così si rivela: “Vita bestial mi piacque e non umana,/ sì come a mul ch’i’fui son Vanni Fucci/bestia, e Pistoia mi fu degna tana”. Dante l’ha conosciuto e riconosciuto come “omo di sangue e di crucci”, oltre che ladro, e vuole che confessi il suo peccato..Pur con grande vergogna :e ritrosia, si confessa, ladro di arredi sacri nella sacrestia e vilmente lasciò che il furto fosse addossato ad altri, ma non è certo pentito: “Più mi duol che tu n’hai colto/ ne la miseria dove tu mi vedi,/ che quando fui de l’altra vita tolto”. Ma Dante si guardi bene dal gioire di questo incontro, avverte, “se mai sarai di fuor da’ luoghi bui”. Lo esorta quindi ad aprire bene le orecchie per capire e ricordare quello che gli sta per dire: “Pistoia in pria d’i Neri si dimagra,/poi Fiorenza rinova gente e modi”, ossia, in un primo tempo Pistoia, cacciando i Neri, ridurrà il numero dei suoi cittadini, si dimagra, poi, al contrario, Firenze caccerà i Bianchi – anche con l’aiuto dei Neri espulsi da Pistoia – rinnovando i governanti, gente, e forma di governo, modi. Eco insomma delle parole di Ciàcco al canto VI. Fin qui è chiaro, poi prosegue con linguaggio più oscuro, tipico della profezia: Marte fa uscire un fulmine avvolto di nuvole oscure, e con battaglia violenta ed aspra si combatterà sul Campo Piceno, finché il fulmine spezzerà la nebbia in modo che ogni Bianco ne sarà colpito. Qui certo occorrerebbe dare un nome preciso alle immagini di vapore, torbidi nuvoli, tempesta, nebbia: ma saremmo nell’interpretazione.
Dante rimane certamente colpito dalla profezia degli eventi, che lo coinvolgono, come ben si esprime Vanni Fucci, “apri li orecchi al mio annunzio, e odi”, ma a noi risuona ancora nella mente e nell’orecchio il sigillo finale:
“E detto l’ho perché doler ti debbia”. Senza commento.

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