Lettura di P. Alberto CASALBONI

Canto XXV

Cerchio VII, bolgia settima, ancora Vanni Fucci, Caco e i cinque ladri fiorentini.
Ladri, ma Vanni Fucci è molto di più, bestia si autodefinisce, vendicativo “E detto te l’ho perché doler ti debbia”, pazienza, Dante era andato anche a cercarsela! Ma “Alfine delle sue parole il ladro/le mani alzò con amendue le fiche/gridando: “Togli, Dio, ch’a te le squadro!”. Sacrilego, a prendersela così con Dio, soprattutto volgare nella bestemmia “Per tutt ‘i cerchi de lo `nferno scuri/ non vidi spirto in Dio tanto superbo”, neppure l’inflessibile e stolto Capaneo del XIV canto. C’è da riflettere sulla molteplicità dei peccati dei dannati, sul fatto che uno più degli altri sia qualificante, diversamente avremmo trovato Vanni Fucci anche tra i peccatori di ira e di bestemmia, quanto meno, se non addirittura tra gli ignavi. A vendicarsi di un tal gesto ci pensano i compagni/serpenti, a pungerlo in ogni parte.
Questo offre a Dante lo spunto per colpire la città di Pistoia, certo, ma non solo, perché vi è nato il Fucci: “Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi/ d’incenerarti sì che più non duri,/ poi che `n mal fare il seme avanzi? Con riferimento ai congiurati catilinari, fondatori della città, e sul punto di superarli in indegnità. Così sparisce questa figura dalla scena, invano arriva il mostruoso Caco a cercarlo, qui inserito per il furto del bestiame ad Ercole. Ricompare una figura mitologica, per altro senza una specifica funzione, in omaggio al racconto di Virgilio, che lo riconosce “Questi è Caco” e con dovizia di particolari lo addita a Dante. Il discorso viene però interrotto dal sopraggiungere di tre individui che gridano “Chi siete voi?”.
Dante li guarda, ma non li conosce, sente nominare uno di loro “Cianfa dove.fìa rinvaso? “. Il nome non pare nuovo a Dante, allora fa un cenno a Virgilio per indurlo al silenzio “nvi puosi `1 dito su dal mento al naso” proprio come ancora siamo soliti fare noi per intimare, più o meno gentilmente, il silenzio a qualcuno.
E qui Dante interrompe il racconto per rivolgersi al lettore a raccomandare attenzione perché deve riportare qualcosa di eccezionale, nessuna meraviglia se qualcuno non lo crederà “ché io che `1 vidi, a pena il mi consento”. Il tono e il contenuto ci richiama alla mente la raccomandazione rivolta al lettore al momento di presentare la figura di Gerione in chiusura del Canto XVI, ma qui la vicenda sembra ancor più “mostruosa”, tale-cioè da suscitare meraviglia e incredulità maggiori. Mentre Dante li guarda fisso, un serpente “con sei piè” si slancia su uno di quelli e “tutto a lui s’appiglia”, così aggrappato, con i piedi di mezzo gli cinge la pancia, con quelli davanti gli stringe le braccia, con quelli posteriori stringe le cosce e in mezzo a le cosce stesse infila la coda, fino a protenderla dietro la schiena, “Poi li addentò e l’una e l’altra guancia”. Come l’edera “Ellera abbarbicata mai non fue/ad alber sì, coree l’orribil fiera/per l’altrui membra avviticchiò le sue”, al punto che di due diventano uno, quasi fossero cera liquida, ovviamente ciascuno perdendo le proprie fattezze, fino anche a diventare dello stesso colore, così come alla fiamma che brucia il foglio di carta bianca si muta in marroncino.
Gli altri due, al pari di Dante, li fissano e gridano “Omè, Agnel, come ti muti!/ Vedi che già non se ‘né due né uno “.
Ed ecco l’esito dell’identificazione in uno: le due teste, a figure mescolate, sono fuse in una, le braccia due sole, le cosce con le gambe del serpente e il ventre con il suo petto, sono ormai membra mai viste: nessuna traccia delle precedenti fattezze, due e nessuna nello stesso tempo. Così trasformato, quell’ambiguo essere “sen gio con lento passo”.
Ma non è tutto. Intanto che quei due seguono quel mostro andarsene, ecco, a modo di ramarro, che nel caldo canicolare di un pomeriggio assolato, cambia siepe come folgore, ecco “un serpentello acceso,/ livido e nero come gran di pepe”, proiettarsi contro di loro e trafiggerne uno all’altezza dell’ombelico e immediatamente cader disteso a terra, il trafitto muto a fissare il serpente, immobile e “sbadigliava/pur come sonno o febbre l’assalisse”, inebetiti “Elli `1 serpente e quei lui riguardava”, dalla bocca dell’uno e dalla piaga dell’altro esce un fumo che si incontra e si mescola.

Quello che raccontano i poeti latini, Lucano di Sabello e di Nasidio, Ovidio di Cadmo e di Aretusa, trasformati Cadmo in serpente e Aretusa in fonte, è nulla di fronte alla nuova metamorfosi cui assiste Dante “ché due nature mai a fronte a fronte/ non trasmutò sì ch’amendue le forme/ a cambiar lor matera fosser pronte”: il serpente diventa uomo e l’uomo serpente, con uno strano procedimento.
Il serpente vede divisa in due la coda, a modo di forca, l’uomo vede congiungersi i piedi, le cosce si
attaccano completamente, sì che ciò che perdeva l’uomo lo assumeva il serpente, la coda dell’uno si
fa gambe, le gambe dell’altro diventano coda, e la pelle delicata di colui che era uomo si indurisce, quella dura di chi era serpente si fa molle, le braccia dell’uomo rientrano nel corpo attraverso le ascelle, i piedi del serpente, che erano corti, si allungano a diventare braccia: quanto si accorciano quelle, tanto si allungano queste, i piedi posteriori del serpente “insieme attorti”, diventano “lo membro che 1 ‘uom cela” e quello già dell’uomo si divide e diventa due piedi, mentre il fumo vela l’uno e l’altro di un nuovo colore e, da una parte fa crescere il pelo, dall’altra “il dipela”, mentre colui che era serpente si alza, l’altro “cadde giuso”, ma sempre con lo sguardo fisso l’uno sull’altro, benché il viso di ambedue si stia trasformando: quello ormai in piedi ritira il muso “ver’ le tempie”, e da quel di più di materia per l’accorciarsi del muso stesso, crescono le orecchie e il naso, e le labbra si ingrossano a misura d’uomo, viceversa “quel che giacca a terra, il muso innanzi caccia,/ e li orecchi ritira per la testa”, a guisa di corna di lumaca, la lingua si fende in due, mentre quella biforcuta “si richiude” pronta a parlare. A metamorfosi avvenuta, cessa il fumo, quello che è divenuto serpente “suffolando si fugge per la valle”, e quello diventato uomo, “l’altro dietro a lui
parlando sputa”, ancora incapace di articolare per bene le parole.
A significare il furto nascosto, la palese perdita della persona umana e sociale!
Allora vediamo i cinque ladri fiorentini: Cianfa era rimasto indietro, mentre “dei tre spiriti” che inizialmente si sono avvicinati a Dante e a Virgilio, Agnello è il primo a subire una metamorfosi, apprendiamo il nome del secondo per bocca di colui che da serpente è tornato uomo, il quale dice al terzo – unico a non aver subito trasformazioni – ” I ‘ vo ‘ che Buoso corra,/ com’ho fatt’io, carpon per questo calle”, quindi Buoso è quello che ha subito la seconda metamorfosi. Dobbiamo imparare il nome di colui che non ha subito metamorfosi, ed è Puccio Sciancato, e di colui che da serpente è tornato uomo ed è “quel che tu, Gaville, piagni”: ambedue riconosciuti da Dante, anche se di quest’ultimo le generalità sono per noi troppo vaghe per confermare che si tratti di “uno dei Cavalcanti”, al dire degli antichi commentatori. Fantasia, minuziosa descrizione, precisione lessicale a colorire di fosco e di repellente fatti ed atti di un disordine sociale, quale il furto, tale da sovvertire l’identità della comunità civile.

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