L’appuntamento del 26 ottobre prossimo per la recita dell’Inferno di Dante nella chiesa di Santa Caterina a Smerillo con la voce di Giovanni Zamponi, è occasione per ripassare i legami di Dante con la nostra terra. Si scopre infatti, spulciando gli studi del prof. Gabriele Nepi, che il Sommo Poeta deve a due fermani il merito di aver favorito la conoscenza della sua opera.

Antonio da Fermo, un amanuense, eseguì il primo manoscritto della Divina Commedia, appena 15 anni dopo la morte del poeta fiorentino: si tratta del Codice Landino, così chiamato perché conservato nella Biblioteca Passerini Landi di Piacenza. Antonio lo scrisse nel 1336 a Genova, su richiesta del podestà di Pavia come riportato dall’explicit –finale- del codice: “scriptum per me Antonium de Firmo ad petitionem … domni Beccarij de Becheria…”.
Al Vescovo di Fermo, Giovanni De Bertholdis, durante il Concilio di Costanza che si tenne dal 1414 al 1418 e terminò con l’elezione di un nuovo papa Martino V, i Cardinali stranieri, evidentemente annoiati, chiesero di tradurre in latino, lingua universamente conosciuta in ambito ecclesiastico, il Divino Poema come tutti sanno scritto in un neo-nato italiano volgare. L’opera fu portata a termine nel 1417, la stampa non era ancora stata inventata e il manoscritto fu letto avidamente dai dotti padri della Chiesa di diversa nazionalità. Cominciava l’esportazione del “made in Italy” e proprio grazie al latino.
Anche Dante avrebbe riconosciuto di aver avuto due validi e vigorosi impulsi alla divulgazione della Divina Commedia in tempi in cui non si poteva contare sulla pubblicità.

L’appuntamento del 26 ottobre prossimo per la recita dell’Inferno di Dante nella chiesa di Santa Caterina a Smerillo con la voce di Giovanni Zamponi, è occasione per ripassare i legami di Dante con la nostra terra. Si scopre infatti, spulciando gli studi del prof. Gabriele Nepi, che il Sommo Poeta deve a due fermani il merito di aver favorito la conoscenza della sua opera.

Antonio da Fermo, un amanuense, eseguì il primo manoscritto della Divina Commedia, appena 15 anni dopo la morte del poeta fiorentino: si tratta del Codice Landino, così chiamato perché conservato nella Biblioteca Passerini Landi di Piacenza. Antonio lo scrisse nel 1336 a Genova, su richiesta del podestà di Pavia come riportato dall’explicit –finale- del codice: “scriptum per me Antonium de Firmo ad petitionem … domni Beccarij de Becheria…”.
Al Vescovo di Fermo, Giovanni De Bertholdis, durante il Concilio di Costanza che si tenne dal 1414 al 1418 e terminò con l’elezione di un nuovo papa Martino V, i Cardinali stranieri, evidentemente annoiati, chiesero di tradurre in latino, lingua universamente conosciuta in ambito ecclesiastico, il Divino Poema come tutti sanno scritto in un neo-nato italiano volgare. L’opera fu portata a termine nel 1417, la stampa non era ancora stata inventata e il manoscritto fu letto avidamente dai dotti padri della Chiesa di diversa nazionalità. Cominciava l’esportazione del “made in Italy” e proprio grazie al latino.
Anche Dante avrebbe riconosciuto di aver avuto due validi e vigorosi impulsi alla divulgazione della Divina Commedia in tempi in cui non si poteva contare sulla pubblicità.

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