P. Alberto Casalboni



Presso il seminario Arcivescovile, alle ore 18

Canto XXIX
Cerchio VIII: dalla nona (seminatori di discordia, Geri del Bello) alla decima bolgia, i falsificatori (qui, di metalli), Capocchio, coperti di lebbra o di scabbia, camminano carponi o siedono per terra a grattarsi furiosamente con le unghie.
L’ultima, impressionante visione di Bertrand de Bom, è solo il colmo di una selva di “ombre triste smozzicate”, e tuttavia lo sguardo di Dante, pur “vago” di piangere, si fissa su un altro peccatore, con una intensità che meraviglia lo stesso Virgilio: se vuoi osservare tutte le ombre, e la bolgia misura 22 miglia, non si finirà più, ed è già il primo pomeriggio del sabato santo, “altro è da veder che tu non vedi”. Andando, tuttavia, Dante manifesta a Virgilio la ragione del suo indugio “credo ch ‘un spinto del mio sangue pianga/ la colpa che là giù cotanto costa “. Dante ha visto bene, è Geri del Bello, un cugino di suo padre, ma non è il caso di dolersene più di tanto “ch’io vidi lui a piè del ponticello/ mostrarti e minacciar col dito”, e Virgilio ha potuto osservarlo, mentre Dante fissava l’uomo che “di sé.facea a sé stesso lucerna”. Dante invece si duole perché la morte violenta del congiunto non è stata ancora vendicata, come la consuetudine richiede, questa è la ragione per cui Geri compare “disdegnoso” nei confronti di chi è coinvolto per motivi di parentela: “e in ciò m’ha el fatto a sé più pio”. Morale: Dante non concede alla vendetta un valore etico, infatti evita l’incontro e le presumibili ragioni di Geri, comprende però il significato della consuetudine della nobiltà medioevale: “lenta o ratta/ sia la vendetta fatta”, pena l’accusa di viltà – sentenzia nel suo Tesoretto il Maestro Brunetto Latini.
“Così parlarono infino al loco primo/ che de lo scoglio l’altra valle mostra”. Non fosse così buia, la bolgia mostrerebbe al suo fondo una sorta di dannati dalla colpa identica nella specie ma molteplice nelle sue diverse forme, di conseguenza varia anche la forma della pena. Tutti sono falsificatori, rispettivamente però di metalli, di persone, di monete e di parole.
La domanda che legittimamente ci poniamo è perché mai il falsificatore sia il peccatore fraudolente “in quel che fidanza non imborsa”, dalla gravità maggiore rispetto a quelli delle nove precedenti bolge, a cominciare da quelli della precedente, vale a dire dai seminatori di discordia, di scismi, di guerre fratricide, e così via.
Indubbiamente le quattro forme della falsificazione vanno a sovvertire la specie della socievolezza dell’uomo, ossia la caratteristica umana che presiede alla polis, alla città. In questo senso la falsificazione della parola è la più indiziata. Ma tutte comunque sono della stessa natura, ne è di chiara evidenza la putrefazione del corpo a simboleggiare la disfunzione di quello sociale. Ma grave è anche questa prima forma, la falsificazione dei metalli: si direbbe un peccato contro la natura, contro il creato come tale, differenziato nelle diverse specie di minerali, ognuno con la propria essenza e proprie prerogative. Insomma è una rottura dell’equilibrio. Delle altre si vedrà man mano. Ma prima di procedere, si tenga conto dell’avvertenza a non disattendere il linguaggio proprio della “comedìa”.
Giunti dunque alla decima e ultima bolgia, il buio è infernale e la prima sensazione è uditiva “lamenti saettaron me diversi,/ che di pietà ferrati avean li strali,/ond’io li orecchi con le man copersi”.
Se nella bolgia precedente, a rendere l’idea degli squarci e delle mutilazioni, Dante era ricorso a tutte le battaglie di tutti i tempi idealmente congiunte, ora ricorre a tutti i malati e a tutte le malattie e agli “spedali/di Valdichiana… e di Maremma e di Sardigna”, “in una fossa tutti `nsembre” nel periodo che va da luglio a settembre, quando il contagio raggiunge l’acme, bene, lì tanto dolore e “tal puzzo n’usciva/ qual suol venir de le marcite membre”: è il passo successivo alla ferita sanguinolenta del canto precedente, qui è già marciume.
Alla sensazione dell’udito e dell’olfatto, superato il ponte, giunti all’ultimo argine, si aggiunge la vista, il triste spettacolo richiama alla mente di Dante la pestilenza di Egina: “Non credo eh ‘a veder maggior tristizia/fosse in Egina il popol tutto infermo/quando fu l’aere sì pien di malizia,/ che li animali, infino al picciol vermo,/ cascaron tutti, e poi le genti antiche”. E tutti ammassati. C’era anche chi, potendo, “carpone/si trasmutava per lo tristo calle”. Nell’informe ammasso “Io vidi due sedere a sé poggiati”, spalla a spalla, “dal capo al piè di schianze macolati”, e “ciascun menava spesso il morso/ de l ‘unghie sopra sé per la gran rabbia/ del pizzicor… e sì traevan giù l ‘unghie la scabbia” come il cuoco con il coltello raschia le squame al pesce.
Finalmente Virgilio rompe il silenzio, e si rivolge a uno dei due che si sta scrostando con le dita a modo di tenaglie, per chiedergli se con lui ci sia “alcun Latino”.
Conscio della necessità di adeguarsi, “nella chiesa/ coi santi, ed in taverna co, ghiottoni”, là per adattarsi alla compagnia dei demoni, qui con chi si striglia, alla domanda `I duca mio” fa precedere il congruo augurio “se l’unghia ti basti/ etternalmente a cotesto lavoro”: ironia, sì, ma non tanto! Ovviamente l’augurio è ben accolto, e la risposta “Latin siam noi… ambedue”. All’udire che Dante è vivo, ambedue sono presi da una specie di frenesia “Allor si ruppe lo comun rincalzo, / e tremando ciascuno a me si volse”, è il momento di chiedere, dice Virgilio a Dante che, al cominciare, augura la consueta e duratura fama “Se la vostra memoria non s’imboli… ma s’ella viva sotto molti soli… la vostra sconcia e fastidiosa pena/ di palesarvi a me non vi spaventi”. L’augurio funziona.
I1 primo è Griffolino d’Arezzo, accusato di eresia e di magia da Alber(t)o da Siena, e per questo condannato al rogo “mi fe mettere al foto”: false accuse da parte di un folle “ch’avea vaghezza e poco senno”, al punto da non capire che solo “a gioco” gli aveva detto “I’ mi saprei levar per 1’aere a volo”. Pazienza per lo stolto, che voleva imparare l’arte di volare, novello Dedalo, ci sorprende invece la persona che gli ha creduto “mi fece/ ardere a tal che 1 ‘avea per figliuolo”, e questo “tal” è il vescovo di Siena, stando ai critici, di cui lo stolto era figlio naturale. Ma se gli uomini sono stolti o acquiescenti, non così Dio, ragion per cui Griffolino non è punito fra i maghi o gli eretici, ma qui “per l’alchimia che nel mondo usai”.
Alle parole di Griffolino, Dante non può trattenersi e commenta “Or fu già mai/gente sì vana come la sanese?/ Certo non la francesca sì d’assai.”‘, neppure i francesi lo sono a tal punto! Di rincalzo
l’altro “lebbroso”: “Tra ‘mene Stricca/che seppe fare le temperate spese,/e Niccolò… e la brigata…
e l’Abbagliato…”, insomma una striscia di vanesi senesi, altrove già presentati come barattieri e con lo stesso stile “Ogn ‘uom v’è barattier, fuor che Bonturo”. E anche quest’ultimo, che con dovizia di particolari ha assecondato Dante, si presenta “io son l’ombra di Capocchio,/ che falsai li metalli con 1 ‘alchìmia, / e te dee ricordar, se ben t’adocchio,/ com ‘io fui di natura buona scimia”. Insomma Dante deve ben ricordarsi di lui, data la reciproca conoscenza e la sua fama di “valente imitatore”, contraffattore dei vari metalli. A che pro?
Dello stile da “comedìa” si è già detto, rimane un’ultima considerazione sull’immagine che la bolgia suggerisce: “Quando noi fummo sor l’ultima chiostra/ di Malebolge, sì che i suoi conversi/ potean parere a la veduta nostra,/ lamenti saettaron me diversi”. La bolgia come “chiostra”, chiostro, e i dannati come “conversi”, frati, ha una mera funzione descrittiva o anche valore di simbolo, di denuncia, a indicare cioè che i conventi, da luogo di preghiera e di studio delle scritture, stanno assumendo una funzione pseudoscientifica e magari venale?
Sappiamo infatti che i domenicani, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino vi credevano, il francescano inglese Roger Bacon (1214-1294) era anche un alchimista. Del resto, questa presunta scienza presentava anche connotati iniziatici, mistici ed esoterici. Tuttavia al tempo in cui Dante scriveva, l’alchimia ebbe una flessione, a causa della bolla del papa Giovanni XXII che nel 1317 vietava la pratica alchemica, scoraggiando così gli alchimisti che appartenevano alla Chiesa.

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