Inferno V - P. Alberto Casalboni

Canto V – Inferno



I peccatori incontinenti, i lussuriosi, Paolo e Francesca da Rimini. Minòs è il giudice.


Non più solo categorie, folle indistinte, personaggi mitici come Caronte, ma d’ora in poi persone reali, caratteri concreti, è l’inferno degli uomini, ognuno di noi vi può rispecchiare il proprio peccato, la propria condotta.


E dunque ci inoltriamo sempre più nella colpa e nel dolore degli uomini: ma chi è giudice della gravità della colpa e della conseguente pena? “Stavvi Minos orribilmente, e ringhia: essamina le colpe nell’intrata, giudica e manda secondo ch’avvinghia”, l’anima nuda si presenta a questo ringhioso giudice e aspetta la sentenza: la nudità è espressione di trasparente confessione, non servono parole, e allora tanti giri di coda, tale sarà il cerchio infernale di destinazione, una volta per sempre, un giudizio veloce, dal momento che di anime “Sempre dinanzi a lui ne stanno molte”. Minosse era il re di Creta, dotato di alto senso della giustizia e compilatore delle prime leggi scritte, marito di Pasifae, quella che si innamorò del toro, e per poter soddisfare l’insana voglia fece costruire in legno una giovenca, da questa unione nacque il Minotauro, rinchiuso poi nel famoso labirinto. Pasifae, come emblema di lussuria, la ritroveremo nel Purgatorio. Nella concezione etica e filosofica di Dante la lussuria, fra i vizi capitali, è il meno grave, questi peccatori entrano nella grande categoria degli incontinenti, di coloro cioè che sono incapaci di contenere entro i limiti del giusto e dell’onesto le passioni e gli istinti naturali, che di per sé, ossia se controllati, sarebbero sani e legittimi. Dante rende l’idea della passione, descrivendo questo luogo “d’ogne luce muto, che mugghia come fa mar per tempesta”, immagine che rende il concetto più avanti espresso quando definisce i peccator carnali come coloro “che la ragion sommettono al talento”, dove per talento intendiamo istinto, talmente forte e continuato da non permettere loro né tempo né reale volontà di pentimento.


Anche Minosse, come Caronte, è sorpreso dalla presenza di Dante e grida, e minaccia “O tu che


vieni al doloroso ospizio… guarda com’entri e di cui tu ti fide,/non t’inganni l’ampiezza de


1 ‘intrare”, ma ecco il rassicurante mantra di Virgilio: “Non impedir lo suo fatale andare./ vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare”.


Scendono poi verso le dolenti note, e trovano questi peccatori spinti da una “bufera infernal, che mai non resta,/ mena li spirti con la sua rapina, voltando e percotendo li molesta… quel fiato li spiriti mali/di qua, di là, di sù li mena, nulla speranza li conforta nnai, non che di posa, ma di minor pena”, per rendere più visibile l’evento, Dante si aiuta con delle immagini: “E come li stornei ne portan l’ali nel freddo tempo…”, e ancora, “E come i gru van cantando lor lai…”. È la passione senza freno.


E sono tanti, come stormi di gru e di storni, ombre trasportate da quella tempesta: “Maestro, chi son


quelle genti che l’aura nera sì gastiga?


Ai loro occhi si presenta un numero sterminato di ombre di personaggi, Virgilio riconosce particolarmente quelli antichi, anche a noi assai noti, e li correda di un brevissimo cenno del loro peccato, la regina Semiramide “che libito lecito in sua legge”, con legge rese lecito l’illecito piacere, seguono Didone, Cleopatra, Elena, Achille e Paride, c’è anche Tristano e più di mille/


ombre.


Ma l’attenzione di Dante però si appunta su “quei due che ‘nsieme vanno,/ e paion sì al vento esser leggieri”, e desidererebbe parlar con loro, e Virgilio non solo acconsente, ma consiglia il modo e il tempo: “quando saranno più presso a noi, e tu allor li prega/per quello amor che i mena, ed ei verranno”.


“O anime affannate/venite a noi parlar, s’altri non niega”, così Dante con “affettuoso grido”, e quelle accorrono al richiamo “Quali colombe dal disìo chiamate… vegnon per l’aere maligno”.


Consideriamo un istante l’evento: per un momento le due colombe sospendono la corsa, la pena, e Dio non lo nega, ci troviamo insomma in presenza di una deroga alle eterne ed immutabili leggi


infernali, un primo esempio di infrazione a sottolineare l’eccezionalità di questa presenza permessa da Dio.


Ci sorprende poi quell’affettuoso richiamo di Dante, ben rilevato da Francesca che sottolinea “poi ch’hai pietà del nostro mal perverso, e cortesemente prosegue: “O animai grazioso e benigno/ che visitando vai per 1 ‘aere perso/ noi… se fosse amico il re dell’universo, noi pregheremmo lui de la tua pace”, e, aggiunge, a guisa del Po che trova pace nel mare con i suoi affluenti, per notare il luogo di origine e di morte.


E che dire della similitudine? “Quali colombe dal disìo chiamate/ con l’ali alzate e ferme al dolce nido… “. Insomma, come spiegare un legame così pieno di affetto, una corrispondenza, un dialogo amico, con anime dannate?


Senza lasciarci andare alle interpretazioni, a cercare troppe risposte, è certo però che questa impossibilità di pregare Dio, di averlo amico, altro non è che un’ulteriore prova della tragica condizione del dannato che ha perduto “il ben de l’intelletto”.


Notiamo ancora come quanto precede sia appropriata cornice alla conclusione della storia di Paolo e Francesca, che attinge il momento lirico in quell’inno all’amore:


Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende… Amor, ch’a nullo amato amar perdona… Amor condusse noi ad una morte: l’amore, il cuor gentile, l’irresistibile impulso alla corrispondenza al senso/sentimento, soprattutto l’abilità costruttiva del discorso, la sapienza creativa! Vediamo: Amore prese costui de la bella persona che mi fu tolta: è Paolo che ama. Amor mi prese del costui piacer sì forte: è Francesca che ama.


Amor condusse noi ad una morte: entrambi innamorati, entrambi soccombono al destino di morte. uno gioco splendido della reciprocità di amore e morte, sillogismo perfetto dell’amore! E fu morte violenta, come, non sappiamo, se non che `I modo ancor m’offende” e “Caina attende chi a vita ci spense”. Caina rimanda a Caino che uccide il fratello Abele, ora giù nel profondo inferno. Parole scultoree che trapassano il cuore di Dante: “Oh lasso,/ quanti dolci pensier, quanto disìo/ menò costoro al doloroso passo!” Così Dante più che a commentare, a condensare la sua esperienza d’amore.


Vuole però saperne di più, “Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, / a che e come concedette amore/ che conosceste i dubbiosi disiri? “.


Francesca risponde con un flash intriso di lacrime, è il ricordo dell’istante più intenso, dell’attimo dell’estasi d’amore nel suo acme, proprio perché inatteso, improvviso, dirompente: dalla innocente lettura del bacio di Lancillotto a Ginevra, al cedimento all’irrazionale impulso: “Quando leggemmo il disiato riso/ esser baciato da cotanto amante,/ questi, che mai non f a da me diviso,/ la bocca mi basiò tutto tremante. Galeotto fu `1 libro e chi lo scrisse”. Potenza del libro! “Quel giorno più non vi leggemmo avante”.


Troppo per Dante: “… di pietade/ io venni men così coni ‘io morisse”.


“E caddi come corpo morto cade”, non però morto fra i morti!



Per noi: poiché l’eternità è privazione di un prima e di un poi, eternamente Paolo bacerà Francesca “questi/ mai da me non fia diviso”, così i pittori li raffigurano, ma non a reciproca soddisfazione, bensì ad eterna condanna: mentre che l’uno spirto questo disse,/ l’altro pianga: ecco il significato di quello che poteva sembrare un banale assioma “Nessun maggior dolore/ che ricordarsi del tempo felice/ ne la miseria”.




Ravenna,


Seminario Arcivescovile


Piazza Duomo 4


Ore 18


Sala Dom Minzoni

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