Inferno VI - P. Alberto Casalboni

Inferno VI

Ancora fra gli incontinenti, i golosi: Ciacco è il peccatore, Cerbero il custode. Centrale però sarà il tema politico.
Ma procediamo con ordine.
“Io sono al terzo cerchio, de la piova/ etterna, maladetta, fredda e greve”, così Dante appena riavutosi dalla “pietà d’i due cognati”. Ma non è tutto: “Grandine grossa, acqua tinta e neve ” che “per l’aere tenebroso si riversa, pute la terra che questo riceve”. Tornenti e tormentati sono in simbiosi anche qui etterna, pur nell’infinita varietà e novità del tormento: “regola e qualità mai non l’è nova”. Nei canti precedenti abbiamo intravisto come pena e peccato siano in correlazione, fenomeno sempre presente nell’inferno, ma a cui solo nel canto XXVIII Dante darà un nome, “contrapasso”, parola che significa patire il vizio o peccato con un tormento contrario, o, talvolta, con l’esasperazione del vizio stesso. Pena, peccato, dannato e custode si richiamano: la gola attiene al gusto e all’olfatto, ecco allora che la terra “Pute”, Cerbero “con tre gole caninamente latra”, “la barba unta e atra, e `1 ventre largo, e unghiute le mani”.
È custode inesorabile, “che ‘ntrona l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde”, ma Virgilio lo colpisce proprio là dove è più vulnerabile “prese la terra, e con piene le pugna/ la gillò dentro a le bramose canne”, quasi a togliergli la possibilità di mordere e di abbaiare. E il cammino si apre. La consistenza dei dannati è nulla, “vanità che par persona” sì che Virgilio e Dante possono calpestare tutte queste ombre che giacciono a terra sotto la greve pioggia. Ma all’infuori di una “ch’a seder si levò”, e, chi sa come, riconosce Dante, ma non è da lui riconosciuto: posto “in sì dolente loco” e in un supplizio, forse non dei più gravi, ma nessuno “sì spiacente”, e allora deve presentarsi: “Voi cittadini imi chiamaste Ciacco”, forse con allusione al porco fiorentino, “per la dannosa colpa della gola”. Ciacco non sembra molto loquace, e Dante accenna ad una sua partecipazione al dolore del concittadino, proprio in quanto cittadino: “Ciacco, il tuo affanno/ mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita”, come a spronarlo a dire qualcosa in più, ma nulla che possa assomigliare all’immensa pietà e comunanza al dolore di Francesca, insieme alla quale Dante sembrava espiare il suo peccato d’amore, in questo cerchio pare che nulla Dante abbia da spartire con il peccato e con la condizione di Ciacco e degli altri: siamo in presenza di un’ alterità, non fosse che Ciacco è fiorentino, il dialogo sarebbe finito qui, e invece si anima e prende consistenza, ma protagonista non è più Ciacco, non sono i golosi, ma Firenze.
Detto per inciso, tutte e tre le cantiche, al canto sesto, sono incentrate sulla politica, con una prospettiva che va, di cantica in cantica, ampliandosi: qui, come si diceva, Firenze è al centro.
E Dante: “ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadini de la città partita, s’alcun v’è giusto, e dimmi la cagione/per che l’ha tanta discordia assalita”. Tre domande immediate, secche, su Firenze. Impareremo che i dannati prevedono il futuro e, ovviamente, conoscono il passato, ignorano il presente. Ciacco può rispondere alla prima e alla terza, mentre non dovrebbe essere in grado di rispondere alla seconda, alla quale, a mio parere, risponde vagamente, solo per dire che dei giusti a Firenze ora c’è solo il ricordo, risposta implicita nella stessa pessimistica domanda: “Giusti son due”, dice, una miseria!
Molto più interessanti le altre due risposte, la prima: ci saranno aspri contrasti politici fra le due fazioni, Guelfi Bianchi e Neri, che ben presto sfoceranno nel sangue: dapprima avranno la meglio i Bianchi, la fazione dei Cerchi, finché al terzo anno, i Neri della famiglia dei Donati, rovesceranno la situazione.
Acquista un rilievo decisivo nell’economia dell’Opera quello che potremmo chiamare un dettaglio, ma che vedremo essere un leitmotiv, i Neri cioè avranno la meglio “con la forza di tal che testé piaggia”:
• che piaggia, alla lettera significa che si barcamena, in realtà vuol dire deliberato e chiaro appoggio,
• con la forza, la natura di questo appoggio è la violenza,
• di tal, linguaggio indistinto, vago, tipico del linguaggio profetico, non per noi, la qualifica del personaggio, vaga nel testo, per noi è chiara alla luce del contesto, degli eventi, non c’è dubbio che si tratti del papa Bonifacio VIII.
Alla terza domanda “dimmi la cagione”, la risposta di Ciacco: “Superbia, invidia e avarizia sono/ le tre faville c’hanno i cuori accesi”, è meno articolata della prima, nella sua estrema sintesi ci vediamo il male del secolo, con l’evidente richiamo alle tre belve del primo canto che fanno prova di sé non solo a Firenze, con propaggini a Roma.
Nel XV canto ci imbatteremo nella riproposizione di queste tre faville che hanno incendiato le opposte fazioni fiorentine, vedremo poi che l’incendio raggiungerà le altre città dell’Italia e dell’Impero.
In apparenza, questo è il primo canto in cui la politica fa il suo ingresso, ma da uno sguardo retrospettivo, ci accorgiamo che la scelta di Virgilio come guida non ha solo un risvolto letterario “tu se’ solo colui da cu’ io tolsi/ lo bello stilo che m’ha fatto onore”, ma più politico, Dante lo ha scelto perché è il cantore dell’Impero romano, che “Di quella umile Italia fra salute/per cui morì la vergine Camilla,/ Eurialo e Niso di ferute”, laconico accenno questo del I canto, assai più approfondito però nel secondo canto dove viene presentata la funzione provvidenziale dell’Impero romano e di Roma, per cui “ne l’empireo ciel per padre eletto” fu Enea, reso degno di visitare l’oltretomba.
Sin da questo sesto canto, vediamo come l’ordine provvidenziale sia pervertito: Ciacco ci dice che la situazione politica di Firenze è degenerata, perché è il papa a manovrare politicamente le fazioni. Ma avremo modo di ritornare sul tema in maniera più diffusa. Per ora bastino questi cenni. Dante insiste su Firenze, in sostanza ha voglia di parlare di Firenze, e chiede ancora dove siano ora “Farinata e ‘1 Tegghiaio, che fuor sì degni,/ Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘i Mosca/ e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni”, persone nobili del passato, tutte accomunate dal “ben far”, traduzione metaforica di un personale disinteresse nell’agone politico, indipendente dalla fazione. Si direbbe un rimpianto del tempo che fu, di valori contrapposti alla corruzione del presente. Emblematica e, per noi, sconcertante la risposta di Ciacco: “Ei son tra l ‘anime più nere, -1 diverse colpe giù li grava al fondo”, a sottolineare la distinzione fra la sfera privata e quella pubblica, del “ben far”, appunto.
Ancora da sottolineare una prassi costante fra i dannati, a meno che non si siano macchiati delle colpe morali più abiette, raccomandare l’ultimo legame con i vivi: “Ma quando tu sarai nel dolce mondo,/priegoti ch’a la mente altrui mi rechi”. Il “dolce mondo”, forte contrasto fra vita e morte! Ora l’unica forma di sopravvivenza è il ricordo, la fama.
“Più non ti dico e più non ti rispondo”, è finita la pausa e Ciacco “Li diritti occhi torse allora in biechi,-1 guardommi un poco e poi chinò la testa,/ cadde con essa a par de li altri ciechi”. Tragica seconda morte e posizione immobile per l’eternità, fino all’attimo, al suono dell’angelica tromba” per riprendere “sua carne e sua figura”, al giudizio universale, per patire in maniera più dura e più completa, anima e corpo insieme.
Finisce l’avventura in questo secondo cerchio, e “venimmo al punto dove si digrada: quivi trovammo Pluto, il gran nemico” all’ingresso del terzo cerchio, che serra gli avari e i prodighi, come possiamo arguire dal nome stesso del custode, Pluto.



Ravenna


Piazza Duomo 4


Seminario Arcivescovile


Sala Don Minzoni


Ore 18

Allegati