Canto VII

Canto VII
IV cerchio, ancora gli incontinenti, avari e prodighi: nessun nome in particolare. Pluto, il custode. La Fortuna come Intelligenza angelica.
V cerchio: Iracondi e accidiosi nella palude dello Stige.

Di Pluto, introdotto nell’ultimo verso del canto precedente, custode di questo cerchio, conosciamo la radice del nome, ha infatti a che fare con ricchezza, nei confronti della quale si può mancare o con avarizia o con prodigalità, con lo sperpero, in somma uno schiaffo alla miseria. Il genere di peccato è sempre l’incontinenza, naturalmente un vizio capitale.

“Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”/, cominciò Pluto con la voce chioccia”: parole indecifrabili e non umane: non c’è dubbio, il linguaggio è oscuro, più che banale, ma certo “chioccia”, stridula, detto della voce, oltre che tennine della quotidianità, parrebbe anche improprio, non fosse che, accostato, con apposito stridore, a “quel savio gentil che tutto seppe”, Virgilio, gli dà maggior risalto, e la guida sa opportunamente confortare Dante tacitando “quella `nfìata lobbia”, quella specie di muso gonfio d’ira.
Quel suono disumano doveva assomigliare a una specie di abbaio, stando all’intimazione di quel saggio: “Taci, inaladetto lupo”, con evidente richiamo alla famelica lupa. Ancora una volta Virgilio si avvale di quell’efficacissimo mantra, anche se leggermente mutato: “vuolsi ne l’alto, là dove Michele/fé la vendetta del superbo strupo”, detto con metatesi, e “cadde a terra la fiera crudele”. Si libera così il passaggio.
“Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa/ nove travaglie e pene quant’io viddi?/ e perché nostra colpa sì ne stipa?”, esclama Dante, ossia, chi può ammassare tanti tormenti e pene quanti io ne vidi, e perché la nostra colpa così ci rovina?
Moltitudini aveva visto Dante fra gli ignavi, fra i lussuriosi, fra i golosi, e tanti tanti anche qui! “Gente più ch’altrove troppa”. La pena è strana: i dannati fanno rotolare dei macigni gli uni, gli avari, da una parte, gli altri, i prodighi, dall’altra, con grandi urli e sospingendoli con il petto, divisi in semicerchio: giunti all’estremità, prima di tornare indietro, s’insultano vicendevolmente, i prodighi rimproverando gli avari al grido “Perché tieni?” a cui gli avari rispondono “Perché burli?”, perché sperperi? Eternamente lo stesso “ontoso metro”, in quella fitta oscurità!”. Più avanti ci dà un particolare, a sottolineare ancora la resurrezione dei corpi: “questi resurgeranno del sepulcrol col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi”, i capelli tagliati a significare le sostanze sperperate.

La reazione di Dante: “E io, eh’avea lo cor quasi compunto”. Certo la pena non può lasciare indifferente Dante, ma non ci sfugge quel “quasi compunto”, insomma pena e compassione sì, ma… quasi, Dante infatti li ha già notati, e sono persone che, in generale, costituiscono il suo bersaglio, a Virgilio, quasi a conferma, chiede ” se tutti fuor cherci/ questi chercuti a la sinistra nostra”, già sono a sinistra, e poi queste chieriche, tutte teste clericali, Virgilio li definisce tutti sicuramente guerci, abbagliati dall’oro, e conferma “Questi fuor cherci, che non han coperchio/piloso al capo, e papi e cardinali, in cui usa avarizia il suo soperchio”, ossia, tutti quelli che portano la tonsura, tipico taglio di capelli del clero, appartengono ai vari gradi delle gerarchie ecclesiastiche, ed è particolarmente in quelle che l’avarizia fa maggior prova di sé.
A Dante piacerebbe conoscere e parlare con qualcuno, anche perché sulla terra ne ha conosciuti di codesti “immondi di cotesti mali”. Ma ancora una volta è sferzante la risposta di Virgilio: “Vano pensiero aduni, -1 la sconoscente vita che i fé sozzi,/ ad ogne conoscenza or li fa bruni”, impossibile riconoscerli!

La loro condizione è tale da rendere superfluo ogni commento, “parole non ci appulcro” taglia corto, così come degli ignavi aveva detto “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”: a che pro aggiungere parole?
Termina così la presentazione di questi dannati, ma non il tema: l’argomento sta troppo a cuore a Dante per tagliar corto e passare ad un altro cerchio, ad un altro vizio. Virgilio allora dà ragione di quella che chiama “la corta buffa”, l’inganno sull’inanità dei beni affidati alla fortuna, e rende il concetto con un’immagine, con una specie di apologo, per renderlo più incisivo.
Dio creò i cieli e ad ognuno assegnò una guida, una gerarchia angelica, così “a li splendor mondani”, diremmo all’oro e all’argento, premise quale “ministra e duce” la Fortuna, con il compito di spostare a tempo debito i beni da un popolo ad un altro, da una famiglia ad un’altra, la maniera rimane oscura all’umano intelletto, incapace quindi di opporlesi, così essa “provede, giudica, e persegue/ suo regno”, come gli angeli con le sfere celesti. Da cieca divinità, “volubilis”, “levis”, mobile, instabile, ad intelligenza angelica, strumento della Provvidenza, che continuamente i beni mutino di padrone, e che ciascuno di noi sia “brevem dominum”, padrone provvisorio, quasi semplici amministratori, come dice Orazio, non è caso, ma intervento divino. Pure quante proteste da parte degli uomini che non ne capiscono la logica! Virgilio sottolinea il fatto che sono proprio coloro che più dovrebbero essere distaccati dai beni terreni, resi così liberi e sereni nel loro ministero divino, sono quelli invece che più la mettono in croce. Invano però, poiché ” ella s’è beata e ciò non ode:/ con l’altre prime creature lieta/ volve sua spera e beata si gode”: ma essa se ne sta beata, non ascolta lamenti, non cambia corso, ma lieta, come le altre creature angeliche, ed imperturbabile gira la sua sfera, serena gode della sua beatitudine, quasi ad irridere l’affannosa e indebita ricerca del possesso.

“Or discendiamo ornai a maggior pieta”, poiché ormai è mezzanotte, ed è ora di attraversare il cerchio per raggiungere le nere acque del fiume Stige, più avanti fattosi palude, pantano. Qui “vidi genti fangose… ignude tutte, con sembiante offeso”, contro il cielo e la terra. Gente forsennata, in preda ad un odio insano “Queste si percotean non pur con mano/ ma con la testa e col petto e coi piedi,/ troncandosi co ‘ denti a brano a brano”, indubbiamente si tratta di coloro che si lasciarono dominare dall’ira.
Ma, invisibili, sommersi in quell’oscura liquidità ve ne sono altri: li manifestano quei sospiri che `fanno pullular quest’acqua al sommo”, e che “gorgoglian ne la strozza” una cantilena più o meno distinta: “Tristi fummo/ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, portando dentro accidioso fummo:/or ci attristiam ne la belletta negra” eternamente ad ingozzar fango: sono gli accidiosi. Comune a tutti, e sempre, la nostalgia della vita, l’amaro rimpianto, sempre tardivo!

Prima di lasciarvi al testo, ancora una breve nota su due aspetti, la nudità e il tempo. I dannati noi li vediamo sempre nudi, il che non significa solo svestiti, ma trasparenza del peccato, nella sua specie e intensità, particolarmente quello che li fissa per l’eternità.
Il tempo “già ogne stella cade che saliva/quand’io mi mossi”: è ormai mezzanotte.
Il tempo lo scandisce Dante, perché vivo e ancora in sintonia con quelli sulla terra, all’inferno invece tutto è eterno, l’unica interruzione, della durata di un istante, la segnerà “il suon de l’angelica tromba” di cui al canto precedente, al momento del Giudizio universale.
E “Venimmo al piè d’una torre al da sezzo”, da ultimo, dopo questo triste spettacolo, degli avari e prodighi, degli arrabbiati e degli accidiosi, pronti per l’ottavo canto, a scrutare questa torre.

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