Canto VIII

20/09/2010 – 06/06/2011 – Ravenna
Una nuova lettura della Divina Commedia comn P. Alberto Casalboni

Presso la Sala don Minzoni, Seminari Arcivescovile, Piazza del Duomo 4 – Ravenna, ore 18. In allegato il programma.

Canto VIII
V cerchio, ancora – Protagonisti: Flegiàs in barca è il custode, Filippo Argenti, il dannato, la torre e la città infernale di Dite in fondo.
E dunque in lontananza quella torre, le due fiamme che si accendono e quell’altra che risponde: è l’antico modo di comunicare novità e/o pericolo. Infatti come saetta per l ‘aere, ecco “una nave
piccioletta” “sotto `1 governo d’un sol galeoto,/ che gridava: “Or se ‘giunta, anima fella”. La
presenza di Dante è sempre rottura dell’ordine stabilito ab aeterno, l’inconsueto, e allora il custode deve ristabilire la regola, ma Virgilio possiede la chiave d’ingresso: “Flegias, Flegias, tu gridi a vòto… a questa volta: più non ci avrai che sol passando il loto”, giusto il tempo di attraversare la palude, e come Caronte, Cerbero, Pluto, anche Flegias, avverte la potenza divina, si ammansisce docile ad accogliere i due pellegrini nella barca che, prodigiosamente, nonostante il peso di Dante, fila più veloce di sempre in quella “morta gora”, palude stagnante.
Improvvisamente si para loro innanzi “un pien di fango” che grida: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”, nonostante l’immagine fangosa, Dante lo riconosce, e tuttavia gli chiede chi sia, la risposta è vaga: “Vedi che son un che piango”. Si ha l’impressione che si siano vicendevolmente conosciuti, se duro è il commento di Dante: “Con piangere e con lutto,/ spirito maladetto, ti rimani, eh ‘i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”, non meno aspra è la reazione del dannato che tenta di rovesciare la barca o, comunque, di mettere le mani addosso a Dante, prontamente difeso da Virgilio, che respinge il dannato al grido: “Via costà con li altri cani”.
Quello che sorprende, non è tanto la scena, si sa che l’ira immoderata genera pazzia, come dice Seneca, bensì la reazione di Virgilio, e non tanto nei confronti di Filippo Argenti, in fondo un dannato, ma nei confronti di Dante, non si limita ad approvarne le parole, ma lo bacia in volto, e gli si rivolge con parole bibliche: “Alma sdegnosa,/ benedetta colei che `n te s’intinse!”. La presentazione del personaggio Argenti, “persona orgogliosa,/ bontà non è che sua memoria fregi:/ così s’è l’ombra sua qui furiosa” a noi dice molto meno di quello che certamente intese chi leggeva e conosceva le vicende di entrambi i protagonisti della scena nel brago dello Stige. Si tratta del racconto di un evento politico per Dante molto grave, di cui noi ignoriamo la portata, al di là del fatto che l’Argenti appartenesse alla fazione avversaria dei Neri. La conferma è nelle parole di Dante: “Maestro, molto sarei vago/di vederlo attuffare in questa broda/prima che noi uscissimo del lago”, richiesta legittima, e i fatti lo confermano: “Dopo ciò poco vid’io quello strazio/far di costui a le fangose genti,/che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio”, strazio accompagnato dal grido dei dannati contro il malcapitato: “A Filippo Argenti!”, aggiunge ancora Dante: “e `I fiorentino spirito bizzarro/ in sé medesmo si volvea co’ denti”, ripetendo per lui le parole del canto precedente a descrivere la pena di questi dannati, ma come se non avesse detto abbastanza, laconicamente e sprezzantemente conclude: “Quivi il lasciammo, che più non ne narro”, come già i due poeti si erano espressi circa gli ignavi e gli avari.
È la prima delle non rare scene teatrali che ritroveremo anche poco più avanti con i diavoli, ma in altri canti con ben più ampia rappresentazione.

La torre. “Ornai, figliuolo,/s’appressa la città c’ha nome Dite”, è la città di Satana, contrapposta alla città di Dio, rosso fuoco è il colore dominante, ancora una volta etterno, “fuoco etterno… le dimostra rosse”. Come un castello medioevale, sono circondate da “alte fosse/ che vallan quella terra sconsolata”. Dopo lungo giro, Flegiàs scarica all’entrata i pellegrini. Più di mille diavoli piovono sulle alte mura, meravigliati di “costui che sanza morte/ va per lo regno de la morte gente”.
La situazione è inconsueta, Virgilio fa cenno di voler parlare segretamente: i diavoli accettano, ma venga lui solo. Dante ha paura al sentire quell’espressione che lui ben intende: “Sol si ritorni per la
folle strada:/pruovi, se sa”.

Dante auctor smette i panni del protagonista della fabula, e si pone in quelli del narratore e interrompe il racconto per rivolgersi al lettore: “Pensa, lettor, se io mi sconfortai/ nel suon de le parole maladette,/ ché non credetti ritornarci mai”.
Al pensiero di ripercorrere da solo quella strada folle, dopo i tremendi dubbi iniziali, dice riprendendo il consueto ruolo di protagonista, lo prende un vero panico, e ardentemente prega “O
caro duca mio… non mi lasciar… così disfatto… ritroviam l’orme nostre insieme ratto “. Virgilio lo rassicura, forte della conoscenza del volere divino “da tal n’è dato”, ossia da Dio ci è concesso. E tuttavia è giocoforza assecondare per un istante il volere dei diavoli e “qui m’attendi”, ma sta certo che “non ti lascerò nel mondo basso”.
Detto e fatto, Dante trema, ma Virgilio va, parla un poco con quelli, e ritorna: che cosa si siano detti, il nostro Poeta non sa, non ha udito, ma ha potuto vedere la forsennata corsa dei demoni dentro la città, a chiudere le porte a Virgilio, al quale altro non rimane che ritornare “con passi rari”, meditabondo, in segno di disappunto: “Li occhi a la terra e le ciglie avea rase/d’ogne
baldanza, e dicea ne’ sospiri: “Chi m’ha negate le dolenti case!”.
Cerca comunque di rassicurare Dante, dicendogli che sicuramente vincerà la prova, qualunque sia la natura dell’impedimento, ricorda anzi come con vana tracotanza i diavoli si siano già opposti alla discesa di Cristo, e come quella porta che immette nell’inferno gli fu sbattuta contro, invano, ed
essa là “sanza serrame ancor si trova”.

Come poi improvvisamente e sicuro aggiunga: “e già di qua da lei discende l’erta,/passando per li cerchi sanza scorta,/ tal che per lui ne fia la terra aperta”, ad indicare il messaggero celeste che sta per arrivare ad aprire la porta di Dite, per me rimane un mistero: forza della fede e sicura speranza nelle parole di Beatrice, o indiretta ammissione dei diavoli?

Qui finisce il canto. Ma prima di passare al prossimo, si impongono due brevi considerazioni su due termini che Dante usa a ragion veduta:
I. La prima. Dante, a proposito dei diavoli che chiudono la porta in faccia a Virgilio, dice: “Chi user le porte que’ nostri avversari”. Avversario per Satana è termine biblico per eccellenza a indicare il diavolo.
2. La seconda. Dante dice ancora “strada folle” per indicare il cammino donde erano partiti,
folle è aggettivo che indica una realtà, un atteggiamento sacrilego nei confronti della divinità, come già abbiamo visto nel Il canto: è il nervo scoperto di Dante, e i diavoli colpiscono nel segno, infatti, egli è pronto a ritornare sui suoi passi e così prega Virgilio:
“ritroviam l’orme nostre insieme ratto”
Questo a dimostrazione che siamo di nuovo in un’economia di salvezza, con riferimento alla prima, quella di Cristo: come allora i diavoli si opposero a Lui, ora si oppongono a Dante. La conferma verrà dal prossimo canto. Virgilio racconterà del suo primo viaggio in quest’oltretomba: allora però i demoni in nessun modo vi si opposero, tutto era soggetto ad un fato che incombeva egualmente sugli dei e sugli uomini. Prima di Cristo appunto

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