Inferno III Canto

Sala Don Minzoni – Seminario Arcivescovile, ore 18

INFERNO
Canto III
Temi fondamentali sono la porta dell’inferno, gli ignavi, Caronte e le anime dei dannati sulla riva di Acheronte.

Non è ancora cominciato il cammino e subito quella porta, quella scritta: se mai parola scritta fu scolpita, eccola:
Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente…

Nove versi in tutto che riepilogano il senso teologico della dannazione, martellato dalla triplice rievocazione di quell’etterno, variamente declinato, reso tremendamente chiaro dal verso conclusivo Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
E chi sono costoro che entrano nella città dolente?
Se mai a Dante fosse rimasto qualche dubbio, ecco Virgilio a fugarglielo: tu vedrai le genti dolorose/ ch’hanno perduto il ben de l’intelletto. Riassunto: sono coloro che eternamente saranno soggetti alla pena e al danno.
Ma che cosa sono pena e danno?
La pena, sono appunto le pene che potremmo definire corporali e che saranno più vive all’indomani della resurrezione dei corpi, sofferenze varie ed appropriate, diverse le une dalle altre, estremamente laceranti, che Dante così tenta di rendere: sospiri, pianti, alti guai, diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle. E ancora un tumulto in quell’aura sanza tempo tinta: buio eterno, spettrale, infernale. Il danno, indicibile vuoto, mancanza, al cui confronto, tutte le pene corporali possibili e immaginabili sono nulla: aver perduto “il ben de l’intelletto” non è aver perso la sinderesi o la semplice capacità di connettere, ma una cosa diversa, infinitamente più grave, significa aver annullato la ragione dell’essere, il bene della creazione, della redenzione, la ragione del nostro stesso essere, dell’essere di Dio. Ormai l’esserci è tale che di gran lunga meglio sarebbe non essere e non essere mai stati. Questo per tutti coloro che varcano questa porta.

Ora anche noi varchiamo la porta, ma non siamo ancora nell’inferno propriamente detto: la fantasia di Dante muta il vestibolo di reminiscenza virgiliana in un antinferno peggiore dell’inferno: è la dimora degli ignavi, anime triste di coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo, gente anonima, che non si è schierata, proprio come quegli angeli che nella ribellione a Dio, in cielo, non hanno preso parte né con Lucifero, né con Michele. Per l’eternità fuori quindi dal consorzio di tutti, se posti in qualche luogo dell’inferno, gli stessi dannati, al loro confronto, avrebbero qualcosa di cui andar fieri, fieri cioè di essersi schierati per una parte.
La sorpresa di Dante è che sono tanti quanti non avrebbe mai immaginato che morte tanta n’avesse disfatta. In effetti costoro abitano la cornice conica dell’imbuto infernale nella sua circonferenza più ampia: un modo originale di Dante di vendicarsi di tutti quei fiorentini, e non solo, che passivamente subivano gli eventi politici e civili all’alba del nuovo secolo! Questi dannati non sono esenti dalla pena corporale, schifosa peraltro e agli antipodi della loro neghittosità: E io, che riguardai, vidi un’insegna / che girando correva tanto ratta,/ che d’ogne posa mi parea indegna, e gli ignavi erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe… che rigavan lor di sangue il volto, da fastidiosi vermi ricolto. In continua corsa senza un respiro, fra sudore, sangue e schifosi vermi.
Se Dante li definisce a Dio spiacenti e a’ nemici sui, più sferzante ancora è il commento di Virgilio non ragioniam di lor, ma guarda e passa: e infatti non c’è un nome, anche se Dante dice che vi riconobbe l’ombra di colui che fece il gran rifiuto: Celestino V, Pilato? Ci sarebbe piaciuto saperlo. Ma chiunque fosse non merita menzione.
Gli eventi incalzano, arrivano alla trista riviera di Acheronte, lì trovano genti di trapassar sì pronte. Qui la fantasia di Dante si esprime su due fronti: la descrizione di Caronte e delle anime in attesa di essere traghettate.
Caron dimonio, con occhi di bragia, un vecchio, bianco per antico pelo, dalle lanose gote, `ntorno a li occhi avea di fiamme rote, ma più che la descrizione fisica del demonio Caronte, impressionano le parole e il tono con cui le grida: Guai a voi anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: I’ vegno per menarvi a l’altra riva/ne le tenebre etterne, in caldo e `n gelo. Ancora questa eternità della condizione!
Caronte è la prima delle molte figure mitiche che incontreremo: non hanno reale consistenza, ma sono strumenti preziosissimi di comunicazione, proprio perché ben noti anche alla fantasia popolare.
Le anime dei dannati: Caronte grida a Dante anima viva, partiti da cotesti che son morti, doppiamente morti, ne ribadisce la seconda morte, anime lasse e nude, che al vedere e udire Caronte “cangiar colore e dibattero i denti”, – pianto e stridore di denti di biblica memoria – consci del loro destino, Bestemmiavano Dio e lor parenti,/ l’umana spezie e `1 loco e `1 tempo e ‘1 seni’ di lor semenza e di lor nascimenti. Ci colpisce la disperazione totale di queste anime dannate, ma ancor di più quel loro esser pronte a trapassar il fiume, spronati dalla divina giustizia, “sì che la tema si volve in disio” desiderose cioè di andare incontro al loro eterno destino. Anche il dannato desidera conformarsi alla volontà divina.
E quante sono! Come d’autunno si levan le foglie/l’una appresso de l’altra, fin che `1 ramo/vede a la terra tutte le sue spoglie.

Infine degno di particolare menzione è il modo con cui Virgilio calma il furore di Caronte, una specie di mantra di cui si servirà anche in altre similari circostanze: Caron non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare. Effetto: a Caronte si spegne il grido in gola “Quinci fuor quete le lanose gote”, a conferma del voler del cielo e segno benaugurante per Dante che, vivo, può salire sulla barca dei morti, fatto inconsueto al punto che “la buia campagna tremò sì forte… la terra lagrimosa diede vento, balenò una luce vermiglia”. Troppo per il pellegrino novello che a tanto sviene “e caddi come l’uom cui sonno piglia”.

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