TUTTODANTE/ Benigni e quella “comicità” di Dante che mostra il potere della commedia cristiana 
giovedì 25 aprile 2013
Giuseppe Ledda

Il ciclo TuttoDante si chiude con un dittico spettacolare e memorabile, una lettura vivacissima che cattura lo spettatore per due ore di meraviglia e divertimento davanti al miracolo della poesia dantesca. Incalzato dall’energia e dal ritmo del testo di Dante, Roberto Benigni si lascia guidare dal piacere degli effetti comici, dal gioco delle invenzioni narrative, dalla suprema regia teatrale che regge tutte le scene.
La Commedia dantesca presenta, fin dalla prima cantica, una pluralità di stili e di generi letterari che si alternano e si mescolano in una straordinaria summa poetica e narrativa. Accanto alle atmosfere drammatiche e solenni, ai personaggi nobilmente tragici, vi sono anche frammenti “comici”, con elementi tipici dell’inferno “popolare”. E i canti XXI e XXII dell’Inferno sono, come dice giustamente Benigni, l’apice di questo particolare stile comico.
Siamo nell’ottavo cerchio: qui sono puniti, divisi in dieci bolge, i fraudolenti, coloro che hanno usato la ragione, dono speciale di Dio, non per realizzare i fini supremi di conoscenza e di giustizia, contribuendo così a costruire un mondo felice, ma per ingannare gli altri alterando la verità. E nella quarta bolgia di questo cerchio troviamo i barattieri, cioè i politici corrotti che hanno fraudolentemente alterato la verità per denaro nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche. Sono immersi nella pece bollente e nerissima: l’oscurità caratterizza questa bolgia più delle altre parti dell’inferno. Inoltre, devono stare nascosti sotto la superficie del liquido ribollente, senza mai poter uscire: un chiaro riferimento alla segretezza in cui si è svolto il loro peccato, nascosto dietro l’apparenza di onestà e la finzione di un’attività politica svolta al servizio della comunità.
Qui non troviamo personaggi tragici e nobili, ma diavoli beffardi che si divertono a tormentare crudelmente i dannati. Più volte, nelle poche allusioni attualizzanti di questa intensa lettura, Benigni paragona questi demòni che giocano con le loro vittime agli aguzzini, ai torturatori, ai carcerieri disumani dei lager e di ogni regime annientatore dell’umanità. Del resto, lo stesso Primo Levi, ricorda Benigni, citava proprio due versi del canto XXI sulla beffarda crudeltà dei diavoli tormentatori, per suggerire la ferocia disumana del campo di concentramento. Gli stessi dannati, però, non sono personaggi tragici e nobili, come altrove nell’inferno dantesco, ma soltanto vili ribaldi e truffatori matricolati: tutti impegnati, vittime e carnefici, in una lotta vana e ridicola in cui in fondo sono tutti sconfitti. Un incubo comico, lo definisce acutamente Benigni, orribile e insieme farsesco.

La tecnica narrativa dell’episodio è intonata a una teatralità mossa e sorprendente, mentre il linguaggio è vivacissimo e pieno di invenzioni: dal lessico alto, epico e militaresco, usato in funzione di parodia, ai termini più espressivi, volgari e “comici”, fino alle allusioni carnevalesche al basso corporeo. È in questi canti il celebre verso: «avea del cul fatto trombetta». Ma non bisogna pensare che qui Dante sia in un momento di svago: la sua comicità è terribile e serissima, come indicava Contini e ricorda Benigni.
Per comprendere l’importanza di questi canti, basta pensare che lo stesso Dante era stato condannato per baratteria e costretto all’esilio. Perciò, secondo i suoi nemici sarebbe dovuto essere dannato in questa bolgia. Forse proprio per questo il poeta inserisce qui numerose allusioni alla propria partecipazione diretta a eventi militari. È come se volesse dire: io non sono un barattiere, anzi sono un fedele e verace servitore della patria, sia nella guerra, sia nella pace.
La Commedia è un’opera che vuole dare una rappresentazione totale dell’universo, perciò deve adottare e mescolare i più diversi livelli stilitici e linguistici. E proprio nell’incipit del canto XXI Dante indica il titolo del poema, comedìa. La commedia cristiana non ha paura di scendere ai livelli più bassi dello stile umile, sino agli abissi della volgarità e della trivialità. Per poter veramente salire è necessario scendere, umiliarsi, e la Commedia scende nella volgarità infernale per poter poi salire alle sublimi altezze del Paradiso.
In questa commedia pluristilitica dai fini superiori e salvifici, la denuncia delle colpe deve essere compiuta con tutti i mezzi, anche con la satira beffarda, la violenza linguistica, lo stile più infimo: per il fine supremo di rendere gli uomini consapevoli del male e indirizzarli al bene. Ma di là dai fini, morali o salvifici, che Dante affida al poema, resta oggi al lettore lo stupore per la forza e la novità sorprendente di questa poesia. E ancor più che in altre occasioni, Roberto Benigni è parso qui in perfetta sintonia con il testo dantesco, con l’energia irresistibile e con la sublime comicità di questa farsa disumana.

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