/DANTE , IL PORCO E MACHIAVELLI Aspetti di Inferno XVIII e del grottesco di Malebolge

DANTE , IL PORCO E MACHIAVELLI Aspetti di Inferno XVIII e del grottesco di Malebolge

2001-01-01T00:00:00+00:00 1 Gennaio 2001|

DANTE , IL PORCO E MACHIAVELLI
Aspetti di Inferno XVIII e del grottesco di Malebolge
di
Marino Alberto Balducci

Giugno 2013

In preparazione alla grande invettiva contro la Chiesa corrotta e gli intrallazzi politico-economici del Vaticano, che occuperà tutto il canto seguente, in Inferno XVIII il poeta ci mostra l’architettura di Malebolge in cui si trovano molti richiami agli aspetti esteriori del Mausoleo di Adriano, poi divenuto Castel Sant’Angelo nel Medioevo. 
La parte bassa d’inferno, dove si sconta la colpa del mal pensiero rivolto alla frode degli uomini, si ricollega così, emblematicamente, alle menzogne del materialismo romano imperiale, in un modo, con il suo falso concetto di gioia e di piacere, e a quelle di tutta la Chiesa organizzata dai papi politicamente in Occidente, e dunque prostituita come le donne dei vari ruffiani del primo luogo di pena di questo carcere. Qui la ‘Visione’ ci mostra la sorprendente e grottesca esibizione di un Giubileo doloroso e blasfemo che riproduce l’essenza corrotta e dissimulata di quello stesso avvenimento che proprio nel tempo del misterioso itinerario dantesco (il 1300) fu organizzato dal papa Caetani — il Bonifazio — oscuro nemico di Dante e di tutti i ‘bianchi’.
In questo inizio di sotterranea e incupita polemica del canto XVIII, forma un contrasto nobilitante l’evocazione dell’avventura del vello d’oro e di Giasone — l’eroe della terra e del mare — che il poeta Virgilio non sembra capire (o meglio ‘sentire’) perfettamente perché si trovi all’inferno, e in quelle parti più nere. Giasone in realtà qui ci appare come il campione di offese verso le donne (Medea in primis), da lui ingannate e abbandonate. E se il mondo classico mostra poeticamente la necessità razionale da parte del maschio di dominare l’istinto e le passioni sentimentali ‘femminee’ (e questo vale non solo per l’ambito greco, ma anche per quello latino: Didone docet…), il mondo cristiano è proprio alla donna che affida spiritualmente la fondazione del proprio destino, a quella umile Madre che accetta l’annuncio di ciò che è impossibile, e schiude le ‘porte’ — la mente e quindi il suo ventre — al Salvatore.
Per questo Giasone è all’inferno, avendo ingannato la parte che è la più importante dell’umanità: il femminile creativo che si apre naturalmente all’infinito e che non è limitato dal geometrismo virile del raziocinio.
Alla paradossale e sorprendente apoteosi della miseria e dell’umiliazione, tipica del Cristianesimo, ci porta anche espressivamente la parte finale del canto, dove il linguaggio si apre (e ora per la prima volta in questo Poema che tratta di Dio) all’uso del lessico ‘basso-corporeo’ più turpe e volgare: è l’evocazione della «puttana» dalle «unghie merdose» in quel contesto della latrina, o seconda bolgia. Son queste le zone del realismo dantesco che più ci sorprendono e che rappresentano più chiaramente l’unicità del suo stile composito che tutto accoglie nella sua musica: tutto, dall’alto dei cori sublimi degli angeli, alla violenza della parola triviale.
Sì, anche questo… anche il triviale è senza dubbio per Dante uno specchio simbolico, in senso linguistico, della Salvezza. Essa è un progetto che si sviluppa a partire proprio dal basso, e tutto coinvolge (anche lo sporco, l’orrendo) per esser totalità, assolutezza di Vita.
Certo, il dialogo cristico è prima di tutto un dialogo coi miserabili e con la miseria. Non indietreggia davanti a nulla.
Ed è con Taide, in pochi tocchi infuocati, che la Divina Commedia entra dentro i bordelli (che sono pure una parte di noi: senza dubbio, anche quelli) e ce ne mostra sinteticamente e senza veli le immagini nell’impressionante scena finale di Inferno XVIII, entro quei simboli forti del suo umorismo grottesco e scatologico. Taide davvero è la puttana: nell’accosciarsi e l’alzarsi, lei imita ancora disperatamente, dalla sua merda, il piacere e la voglia del coito. E lì poi Dante la guarda e la prende in giro attraverso Virgilio, ricorda allora Terenzio (nel Laelius di Cicerone) e lo trasforma — lui, mago — nell’alchimia del suo ingegno creativo. Le «grazie grandi» che sono, a questo punto? Certo… nient’altro che i genitali del maschio in foia, ora esaltati, ora magnificati dalla baldracca provetta per aumentare la forza, l’orgoglio e dunque la piena soddisfazione dell’uomo.
Ecco, a questo punto il Poeta è riuscito a dare voce alle zone più basse della coscienza e le ha ascoltate: lui è un artista sincero.
È qui che inizia e si estende attraverso tutto il Poema il dialogo cristico a cui si è appena accennato, rispecchiamento integrale del Vero del nostro essere tutto (al di là di ogni falso pudore), dalle mirabili altezze degli angeli intellettuali e sapienziali, a tutti i limiti umani e ai nostri istinti e le voglie di bestia. Questo dialogo intreccia parole con gli ammalati, i criminali, le prostitute: senz’altro, anche con loro. E perché non dovrebbe?… Nasce spontaneo con chi si sente smarrito, ma che alla fine, proprio per questo, per scarsa considerazione di sé (e dunque assenza di orgoglio), è ancora più pronto a prestare ascolto a quella voce del seme (Seme Divino) che è sempre piantato dentro di noi, dall’inizio dei tempi, e che dunque — si badi bene — proprio nel basso, fra ciò che muore e fra gli escrementi, trova il vigore e lo spazio per crescere, per germinare.
E in questo senso il Poeta ha capito il potere risolutivo della miseria e dell’abbrutimento, la meraviglia d’illuminazioni totali proprio a partire da questi confini più oscuri dell’umanità: ed ha capito la Croce.
Machiavelli sosteneva che Dante dovesse emendarsi perché nel Poema si era disonorato accogliendo espressioni volgari, cioè a dire quello che lui definisce come il «goffo», l’«osceno» e il «porco». Il riferimento specifico è ovviamente alle Malebolge, quel luogo poetico dove il realismo dantesco, come si è appena visto con un esempio, tocca i suoi vertici enormi e sconvolgenti.
Che cosa dire?… Il fiorentino statista del Cinquecento poco avvertiva del Cristianesimo e dell’essenza dei suoi principi teologici fondamentali. Il suo giudizio su Dante infatti non è accettabile, eppure pesa criticamente e influenza la percezione estetica della Divina Commedia, della sua lingua e del suo simboleggiare, fino al presente. E sono parecchi a tutt’oggi che hanno paura dell’energia rivoluzionaria dell’Opera, in molti sensi. Hanno paura dell’integrale sincerità del Poema.
Comunque sia, dentro l’Inferno, le Malebolge ci rappresentano senza alcun dubbio il livello più cupo di degradazione immaginabile che l’uomo possa raggiungere.
In questo luogo dannato, che proprio all’imbestiamento è rivolto, più spesso che altrove si tocca infatti stilisticamente il registro espressivo del comico e del plebeo. È qui che il linguaggio dantesco — per espressioni verbali e per gesti — abbraccia la trivialità. Accoglie, come già in parte si è detto, dei termini quali «puttana», o «culo», o «merda» (cfr. Inf. XVIII, 133; XXI, 139; XXVIII, 27), ma anche situazioni estreme, come l’osceno supplizio dei preti e dei papi corrotti sodomizzati (cfr. Inf. XIX, 73-78) le imbarazzanti ‘trombe’ sonore dei Malebranche (cfr. Inf. XXI, 137-139; XXII, 1-12), lo stupro dell’anonimo navarrese da parte del Barbariccia (cfr. Inf. XXII, 58-60) e inoltre, al livello più basso della clìmax, l’orrenda bestemmia di Vanni Fucci (cfr. Inf. XXV, 1-3), che è per giunta non solo blasfema, ma anche oscena, volgarmente oscena.
Eppure, a questo stesso livello, qualcosa ci lascia capire che il male, il male che è ‘belva’, imbestiamento totale dell’uomo, non è concepibile certo in senso assoluto per Dante cristiano.
Il male, il male umano, è sempre per il Poeta uno stato momentaneo, è transitorio: non può mai davvero essere un fine assolutizzabile. Da qui il simbolismo anomalo delle serpentine metamorfosi dantesche che affollano una specifica fase dell’itinerario infernale in Malebolge e che solo esteriormente imitano il metamorfismo dei classici (cfr. Inf. XXIV-XXV). Quest’ultimo è infatti netto e geometrico, esprime una visione chiarificante e razionale del mondo e dell’essenza della vita, presenta la trasformazione dell’uomo in altre nature precise: nature di pianta, di bestia, di pietra. E tale trasformazione è in genere definitiva. Invece in Dante il serpente, che è segno del male del demoniaco e del peccato originario dell’uomo, non riesce mai ad annullare l’umano, sempre risorge con molto dolore nel suo delirio d’inferno, e allora esprime un conato angoscioso, un desiderio, che è pure inconscia, inevitabile volontà di un ritorno ad un livello di dignità e integrazione con il Principio Eternale.
L’abbrutimento e la bestemmia, nella Divina Commedia, si svelano quindi — certo, anche questi: e non ci scandalizziamo da ipocriti, perché così è il Cristianesimo — come segnali latenti di nostalgia e dunque… di inconsapevole preghiera.

*** Questo articolo ripropone in sintesi alcuni contenuti essenziali della sessantesima conferenza-spettacolo del programma Evocazioni Dantesche, organizzata dal Soroptimist International Club Pistoia/MontecatiniTerme il 3 maggio 2013 presso il Chiostro di San Pier Maggiore
del Liceo Artistico Policarpo Petrocchi a Pistoia, con la collaborazione di Axe Ballet, della Compagnia Teatrale Progetto Idra,
di Andrea Pozzi del gruppo musicale italo-tedesco Sensory Gate, di Marco Rindori per le immagini d’arte
e di Arianna Bechini per le scenografie digitali psicosuggestive. ***

Marino Alberto Balducci, dirige in Toscana il centro di studi danteschi Carla Rossi Academy – International Institute of Italian Studies, ente privato non-profit di formazione e ricerca che, dal 1994, ha iscritto ai suoi vari programmi studenti e studiosi delle maggiori università del mondo, inclusa Harvard. Per molti anni ha insegnato alla University of Connecticut U.S.A. e è stato Visiting Scholar alla University of Delhi. È autore di studi critici sull’arte, la filosofia e la letteratura italiane di vari periodi, dal Medioevo al Novecento. Come poeta ha dato voce a esperienze spirituali legate ai suoi viaggi in India. Mario Luzi ha scritto su di lui, prima di morire. Con Arianna Bechini, fin dal 2007 organizza in Italia e all’estero Evocazioni Dantesche. Un Viaggio nella Divina Commedia (Immagine, Danza, Musica e Parola), un programma di conferenze-spettacolo & performance art patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, assieme alla Società Dante Alighieri di Roma, al Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali di Ravenna ed alla Società Dantesca Italiana di Firenze. A Carla Rossi Academy-INITS sono aperti a tutti i suoi corsi di Scrittura Creativa, Storia dell’Arte Medievale, Ermeneutica Dantesca e Terapia dello Spirito nella Divina Commedia.
Recentemente Balducci ha espresso il suo punto di vista sulla modernità del poema di Dante nel romanzo filosofico Inferno. Scandaloso mistero (“Premio Editoriale L’Autore/Firenze Libri 2010”), pubblicato a Milano da MJM Edizioni e reso disponibile in rete da < Libreria Universitaria.it > e da Mondadori.

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